In questi giorni il mondo del pedale ha messo per un attimo piede a terra perché ha perso un grande Uomo, ancor prima del campione. Michele Scarponi lascia un grande vuoto in gruppo e fra gli appassionati di questo sport, dagli amici più stretti ai tifosi più lontani. Questo triste lutto porta con se un’inevitabile ribalta mediatica sul mondo della bicicletta e non solo come attività agonistica ma anche come mezzo di trasporto e viabilità. L’associazione fra questo tragico lutto e quello che si può, anzì si deve fare, per rendere più sicuro l’andare in bicicletta non deve essere legata così strettamente come ho letto in alcuni articoli su importanti quotidiani nazionali, il motivo è semplice: la dinamica dell’incidente che ha coinvolto Michele Scarponi non c’entra nulla con una “politica di prevenzione” (o chiamatela come vi pare), la quale comprenda diritti e doveri di chi viaggia su una strada, qualunque mezzo sia. Se noi ci soffermiamo sui dati a caratteri cubitali dei titoli in prima pagina incappiamo nel rischio di essere accecati dal “fumo” delle sensazioni senza capire cosa si può fare per diminuire il rischio.

Attraverso questo articolo cerco di dare spunti di riflessione che nel momento in cui vedete un ciclista vi possano tornare in mente. Inizio subito col dire che esistono diritti e doveri per tutte le parti in causa. Partendo dai doveri, per chi viaggia su una bicicletta a qualsivoglia velocità il casco dovrebbe non solo essere obbligatorio per legge, ma anche indossato da tutti indistintamente. A mio avviso è il primo salvavita che possiamo tranquillamente indossare, altrimenti la bici deve rimanere in garage. Oltre al casco, però, anche le luci diventano fondamentali per chi va in bicicletta soprattutto al calar del sole; ormai il mercato, per venire in contro all’aumento significativo di persone che si spostano in bici, ha escogitato ogni tipo di luce e per tutte le tasche e tutte le esigenze. Qualcuno potrebbe ritenerle delle ovvietà ma non sono così scontate, tante teste tante idee!

Copenhagen, Denmark

Il ciclista ovviamente è calato in un luogo ed in un contesto, e quello italiano diciamo che non è propriamente un esempio di cultura. Iniziamo con la cura delle strade spesso davvero in precarie condizioni fra crepe e crateri che obbligano il ciclista a fare pericolosi slalom e magari finire a centrostrada rischiando non poco. Un tempo i cantonieri curavano le rive tagliando l’erba che invade la carreggiata. Questo non è un aspetto da poco perché spesso si riuscirebbe a pedalare appena fuori carreggiata se tutto fosse appena più curato e queste mansioni  non fossero del tutto dimenticate. L’ultimo aspetto su cui vorrei focalizzare l’attenzione è il rapporto fra gli attori che viaggiano sulle strade: considerato il fatto che le piste ciclabili non sono fatte con criterio di competenza urbanistica ma solo per accaparrarsi denari a vario titolo, la convivenza fra i diversi mezzi la paragonerei a quella fra persone diverse: il risultato diventa ottimale, pacifico e sereno nel lungo periodo se si usa intelligenza e un briciolo di senso civico. Immaginate di regolare i rapporti fra le persone a suon di leggi, impossibile e senza senso. Certo attraverso il codice della strada si possono “distribuire” diritti e doveri delle parti in causa ma nel momento della loro interazione siamo noi al volante, sui pedali, da pedoni o in sella a decidere il nostro immediato futuro senza dar troppo retta a quei numeri freddi da titolo di giornale. Piuttosto dovrebbe essere il nostro buon senso di cittadini consapevoli a scandire il nostro agire.