Chi segue la politica americana o anche solamente i miei articoli su essa (grazie!), sa che l’unico vero punto debole di Trump e della sua presidenza è il presunto legame politico ed economico con la Russia. Un legame che se fosse accertato cambierebbe notevolmente il valore della sua presidenza e aprirebbe scenari inquietanti. Sappiamo che l’FBI, importante agenzia di intelligence americana, stava indagando da mesi su questa presunta relazione ma al momento non sappiamo se risultati ci sono stati. Sicuramente ha portato all’allontanamento di una persona molto importante nello staff di Trump,  Michael Flynn, e all’indagine sul procuratore generale Jeff Sessions. La vicenda, di per sé già complessa, si è ulteriormente complicata il 9 Maggio quando a sorpresa il presidente Trump ha licenziato – con modalità abbastanza fuori dalla norma –  il capo dell’FBI James Comey. Ufficialmente perché Trump e numerosi agenti non avevano più fiducia nelle sue capacità di gestire l’FBI e perché aveva ricevuto una raccomandazione in tal proposito proprio da Jeff Sessions. Ovviamente i numerosi agenti han subito smentito e anzi, si sono detto notevolmente sorpresi.

Attenzione: il presidente degli Stati Uniti ha il potere di licenziare il capo dell’FBI ma è una cosa davvero insolita poiché quella è una carica di natura non politica e dura 10 anni, proprio per evitare interferenze politiche. Per fare un esempio, Robert S. Mueller III (segnatevi mentalmente questo nome) fu nominato a capo dell’agenzia da Bush Jr. nel 2001 dopo l’attacco alle Torri Gemelle e fece un così buon lavoro che Obama nel 2011 gli chiese di rimanere altri 2 anni. Trump solo qualche mese prima aveva confermato Comey e si era detto entusiasta, probabilmente sull’onda a lui favorevole delle indagini contro la Clinton. Le cose paiono essere cambiate quando Trump, ad inizio mandato, chiese a Comey la sua fedeltà e Comey rispose offrendogli la sua onestà. Noi non sappiamo il vero motivo per l’allontanamento dell’ormai ex capo dell’FBI, quello ufficiale è stato, appunto, smentito e rimangono solo illazioni. O quasi.

Il 15 Maggio è uscito sul Washington Post un articolo che accusava Donald Trump di aver fornito informazioni classificate e segretissime riguardante il terrorismo al ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, e all’ambasciatore russo negli Usa, Sergei Kislak, lo stesso con cui Flynn e Sessions avrebbero condiviso informazioni durante la campagna elettorale e per le quali sono stati indagati dall’FBI. L’incontro è avvenuto l’11 Maggio, un giorno dopo l’allontanamento di Comey, si è tenuto nella Sala Ovale – cosa molto insolita – e nessun giornalista americano era presente, mentre vi ha partecipato un giornalista russo. Le informazioni riguarderebbero l’organizzazione di attentati in Siria e sarebbero state fornite agli Usa dallo spionaggio Israeliano tramite una sua fonte all’interno dell’ Isis. Questa divulgazione non era ovviamente prevista e avrebbe bruciato la fonte israeliana e minato i rapporti tra le intelligence di vari paesi.

La Casa Bianca si è affrettata a smentire tutto con un comunicato del consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster che ha detto «L’articolo pubblicato oggi, per quello che dice, è falso. Il presidente e il ministro degli Esteri russo hanno parlato di molte minacce ai nostri paesi, comprese minacce attraverso l’aviazione civile. In nessun momento – nessun momento – le fonti e i metodi dell’intelligence sono stati discussi. E il presidente non ha diffuso nessuna operazione militare che non fosse già pubblica». Mi preme sottolineare questa cosa perché è un trucchetto usato molto anche dai politici e giornali in Italia: si accusa qualcuno (in questo caso il Washington Post) di aver scritto cose che in realtà non ha scritto (diffusione di fonti e metodi dell’intelligence americana) ma non smentendo affatto la diffusione di informazioni segrete che avrebbero potuto far capire ai Russi le loro fonti e metodi (quello scritto dal Washington Post). Inoltre la Casa Bianca avrebbe direttamente contattato il giornale chiedendogli di non pubblicare ulteriori informazioni, confermando di fatto la veridicità della cosa. A cementare il tutto ci ha pensato lo stesso Trump che via Twitter ha confermato di aver dato delle informazioni al ministro russo per invogliarlo a fare di più nella lotta al terrorismo. Giornataccia per i portavoce del suo staff, smentiti più volte.

Anche in questo caso Trump non ha fatto nulla di illegale, è nel suo potere declassificare a suo piacimento qualunque documento e renderlo pubblico o condividerlo con chi vuole. Ci sono però dei problemi di fondo: Stati Uniti e Russia in Siria non sono esattamente dalla stessa parte e hanno alleati in contrasto tra di loro. Non è una mossa geniale regalare delle informazioni così riservate ai tuoi nemici. Ancora peggio se riveli come un tuo alleato ha avuto le informazioni facendo, di fatto, saltare tutto il sistema e crepando profondamente il rapporto di fiducia tra intelligence Usa e quelle che collaborano con loro. Secondo molti, il comportamento di Trump è dovuto al suo poco controllo di sé e alla sua voglia di apparire sempre più “bravo” di quello che è. Avrebbe dato queste informazioni per pavoneggiarsi di fronte al ministro russo pensando di fare una miglior figura. E invece. Detto ciò rimane comunque il problema che se queste notizie le avesse date chiunque altro negli Stati Uniti sarebbe stato licenziato, processato e, in caso di comprovata malafede, verrebbe condannato a molti anni di carcere per il reato di alto tradimento. Trump, per sua fortuna, non è uno qualsiasi, forse “solamente” un presidente irresponsabile.

Finita qua? Ovviamente no. Con l’allontanamento così improvviso e inspiegato di Comey si sapeva che sarebbero uscite dall’FBI svariate voci e leak. E puntualmente sono arrivate, subito gravissime. Infatti Trump viene accusato, stavolta dal New York Times, di aver chiesto a Comey, intorno al 14 Febbraio, di lasciar perdere l’indagine su Michael Flynn. Questa richiesta sarebbe stata appuntata da Comey stesso, in maniera legale, insieme a molte altre ritenute “inopportune” sempre fatte dal Presidente. Questo fatto, che necessita di conferme ulteriori, è molto grave perché si prefigura un reato di ostacolo alla giustizia.

Un “uno – due” da possibile KO clamoroso. Ovviamente i parlamentari democratici sono insorti e hanno iniziato a parlare di impeachment (ipotesi per ora ancora fantasiosa) ma anche i repubblicani vogliono vederci chiaro. Il dipartimento di Giustizia ha deciso così di nominare un procuratore speciale per continuare le indagini iniziate da Comey e arrivare ad una conclusione completa e certa. Per questa posizione si è scelto proprio quel Robert S. Mueller III di cui vi avevo accennato all’inizio dell’articolo. Una persona esperta, molto apprezzata, al di sopra di ogni sospetto e a cui verrà garantita molta libertà investigativa. Non a caso a qualcuno iniziano a tremare le gambe.

Nelle ultime ore ci sono poi state un paio di affermazioni che si possono definire “di colore”. Una è di Putin, il presidente della Russia, che si è detto disponibile a fornire le registrazioni dell’incontro tra Trump e Lavrov per dimostrare come Trump non abbia detto le cose di cui è accusato di aver rivelato. Peccato che in questo modo sia riuscito a far fare alla Casa Bianca una doppia figuraccia: le registrazioni le devono chiedere loro e se non lo fanno si dichiarano colpevoli e soprattutto vuol dire che i russi han registrato un incontro segreto senza che nessuno gli abbia detto nulla. Troll level: KGB. La seconda affermazione, pubblicata sempre dal Washington Post, è di una conversazione registrata un anno fa in cui il capo del partito Repubblicano alla Camera Kevin McCarthy dice che Trump è «pagato da Putin». Da subito è stato dichiarato che era una battuta detta in un contesto informale. Certo che il dubbio, alla luce di tutti i fatti dell’ultimo anno, un po’ rimane.

Non male per 4 giorni feriali. Quello che è preoccupante è che siamo solamente all’inizio o quasi del mandato presidenziale e inizia a venir difficile pensare ad un cambiamento di rotta. Probabilmente nei prossimi giorni qualcuno dello staff si dimetterà e cambieranno qualche faccia. Dubito servirà. Trump dimostra di essere incontrollabile e di non aver paura di fare quello che vuole. In parte è stato eletto proprio per quello ma deve iniziare a portare risultati concreti. In tutto ciò venerdì partirà per il suo primo viaggio all’estero tra Israele, Arabia Saudita e in Italia per il G7 dove incontrerà altri importanti leader internazionali. Vedremo come si comporterà e se e quali danni riuscirà a fare.