22579777907_a51b184601_bTrovo affascinante l’effetto mediatico che hanno le tragedie. Scoppia una bomba e tutti si sensibilizzano, muore un premio nobel e fioccano le sue citazioni, ricorre l’anniversario della caduta del muro di Berlino ed Itunes registra un picco di download per “The wall” dei Pink Floyd (quest’ultima è inventata, ma rende l’idea).

Cosa ci spinge a farlo? C’è chi non vede l’ora di raccattare qualche like, chi vuole dimostrare che la sa più lunga di altri, chi sa che è importante non perdere l’occasione di comparire sulle bacheche altrui, c’è chi fa campagna elettorale. Come in un grande Monopoli, chi per un motivo e chi per l’altro, le tragedie sono vissute come un passaggio dal “Via” dove si ritirano le 20 mila.

Sinceramente, non mi interessa andare a caccia di ipocriti. La taglia sulla testa di coloro che condividono e postano su argomenti che non gli interessano, ma tuttavia sono “di moda”, è troppo bassa per far gola. So che esistono, li si individua facilmente scorrendo con il mouse il monitor, ma non traggo nessun tipo di fastidio nel vederli. Se non altro possiamo convenire al piccolo lato positivo: “in giro” si parla di attualità.eiffel-tower-498378_640

Il mondo di Internet è un mondo fatto solo di contrasti, non c’è posto per le sfumature, e quindi ecco che l’utente medio si schiera a favore della causa, poi torna indietro denunciando chi non lo fa, ma dopo ci ripensa e fa diventare la causa la sua nuova ragione di vita. E intanto, ha già conosciuto, seppur sommariamente, i due lati della faccenda.

Ma allora perchè queste righe? Non si è mai visto una storia, o un articolo, senza “il cattivo” o senza una tesi. Eccoci dunque arrivati al punto: il cattivo non c’è. Se vogliamo parlare di tutte le reazioni all’attentato di Parigi (e VOGLIAMO farlo, non foss’altro per essere originali), io non trovo nulla di strano che la gente abbia distrutto amicizie secolari sullo scontro tra razzisti intolleranti e pacifisti dialoganti. Non mi stupisco perchè un attentato, vicino a casa, fa paura. E la paura rende impulsivi, sanguigni, vendicativi.

Il mondo nel quale viviamo è questo e bisogna farsene una ragione, adattarsi come un camaleonte al suolo che calpestiamo. Ecco dunque una rapida guida per diventare un blogger impegnato (almeno apparentemente).index

1) mettere “Mi piace” a pagine Facebook di testate giornalistiche (consiglio La Repubblica ed Il Fatto Quotidiano perché molto attive sul web). Da’ sicuramente un tono al vostro profilo e, grazie ai frequenti post, vi terrà aggiornati su ciò che succede.

2) esprimere amarezza e cordoglio per le vittime del caso. Attenzione: in questa fase è necessario mantenere un basso profilo, non esporsi fino a quando non si è al corrente di tutto.

3) se con il punto 2 vi siete prenotati, ora è il momento di dimostrare che non solo passate la vita al cellulare, ma che nella vostra cronologia avete un sacco di link interessanti. Quindi correte su Wikipedia, fate una ricerca che definirei “di nicchia”, ovvero: se continuiamo ad usare come esempio l’attentato di Parigi, la vostra ricerca potrebbe essere “attentati Europa nella storia”, “morti in crociate”, “Jihad”.

4) forti delle conoscenze appena apprese, riportatele con parole vostre. Vietato l’uso di faccine o altre menate del web, renderebbero vano tutto il lavoro precedente. Nel vostro post, sarà importante citare di sfuggita ciò che è accaduto, in modo da far capire al lettore che sapete tutto a riguardo, ma che siete così alternativi da occuparvi di aspetti secondari. Voi non fate cronaca, voi fate filosofia.

5) colpo finale: lasciate sedimentare 24-36 ore e poi via con il pezzo forte: la foto profilo. Se c’è una moda in corsa (vedi il tricolore in trasparenza) non esitate; in mancanza di tale fortuna, date spazio alla vostra fantasia. L’importante è che possa ricordare a tutti che anche voi, poche ore prima, avete contributo in maniera sostanziale (ma per nulla sostanziosa) con una massima, una perla o un aforisma. E che senza di voi, il Mondo sarebbe un posto certamente peggiore.11930917_1531429243815970_1762811186_n

Tuttavia i miei post li ho scritti, e qualche volta ho usato foto profilo ad hoc. Si può fare dell’autoironia così spudorata? Credo di no, quindi provo a giustificarmi.

Sempre più spesso mi ritrovo a dire che oramai i social network non sono più un giochino. Ci sono responsabili delle risorse umane che fanno le loro scelte in base a come appaiono i candidati sul web, la maggior parte dei flirt tra ragazzini hanno come riferimento i followers di Intagram, i politici passano più tempo a cinguettare che a discutere in Parlamento.

Il profilo su un social, è l’immagine che di noi vogliamo far passare. Io voglio che si sappia che mi schiero a favore delle unioni civili, voglio che si sappia che una strage come quella parigina non mi ha lasciato indifferente, voglio che si sappia che mai tiferò la Juventus. Ecco tutto. Non pretendo di insegnare la vita a nessuno, solo far sapere la mia.

Un’unica richiesta: per favore non date mai dell'”ipocrita” a chi sta prendendo in considerazione la strage parigina dimenticandosi quella in Kenya. Ognuno di noi del Kenya sa tre cose: che è in Africa, che vince sempre la maratona e che la capitale è… ehm, e che anche lì l’Isis ha fatto una strage, ma nessuno ne parla perché sono tutti degli ipocriti!

Forse la cosa più ipocrita che si possa fare è scrivere un articolo dove si allude all’ipocrisia di chi di dà dell’ipocrita a chi ha scritto un post ipocrita. Ed è il mio caso? Non so. So però con certezza, che da qualche parte nel Mondo, Google Translate si è imbattuto in questa mia ultima frase. Ed è morto il server.