Mi è stato chiesto di fare un pezzo sul nuovo “caso” del calcio italiano, ossia la finale di Supercoppa Italiana a Gedda in Arabia Saudita e lo strascico di polemiche susseguitesi a causa delle limitazioni imposte all’ingresso delle donne in alcuni settori dello stadio. Più guardo lo schermo del pc, con la pagina di word ancora da riempire e vi assicuro che, senza bugie, io non riesca a farmi un’opinione chiara.

Sarà il fatto che queste ultime settimane mi hanno tenuto lontano dalla scrittura tanti eventi, feste, piccoli problemi di salute, lavoro e scazzi vari, ma forse e soprattutto sarà il fatto che ormai commentare quello che succede in questo paese e conseguentemente anche nel calcio italiano sia diventato un peso, un esercizio frustrante, dove si finisce per scrivere le stesse cose, assistendo alle solite manfrine, pagliacciate, ipocrisie, ruberie e becerume vario che portano inevitabilmente alla desolazione, alla passiva accettazione ed assuefazione a tutto ciò che accade.

Perché sembra sempre tutto finto, tutta una grandiosa messa in scena di un film trash di bassa lega, dal VAR nato per rendere più eque le partite e per aiutare i direttori di gara ad arbitrare meglio, a strumento divenuto a disposizione delle solite note società che, se con il giusto potere politico, possono usufruire o meno del VAR grazie alla solita sudditanza (o compiacenza?) della giacchetta gialla di turno, facendo diventare il VAR da (Video Assistant Referee) a VAR (Vincere Ancora Rubando).

Oppure assistere a partite surreali dove un giocatore del Napoli, il difensore francese Koulibaly, viene insultato da mezzo San Siro per il suo colore della pelle. Ancelotti chiede più volte la sospensione della partita ma il direttore di gara Mazzoleni fa finta di nulla sino al momento in cui non decide di espellere proprio Koulibaly per un gesto polemico (un applauso) nei suoi confronti dopo essere stato ammonito. Oltre il danno pure la beffa, e se da una parte ci sono bestie che insultano dagli spalti, dall’altra ci sono i soliti conigli che hanno la licenza per fare gli arbitri in Serie A.

E poi le solite polemiche nel dopo partita, la solidarietà spesso di facciata verso la vittima di colore, i distinguo di tutti quelli che “io non sono razzista ma”, e poi la domenica dopo nuovamente cori razzisti, ma in questo caso se il giocatore preso di mira invece di giocare nel Napoli ha la sfiga di giocare nel Toro allora chi se ne fotte della solidarietà, nemmeno un giornale che ne parli.

E poi gli scontri tra tifosi, o per meglio dire, tra teppisti fascistoidi e non, e tra uno scontro e l’altro si sa, alla fine ci scappa il morto, e allora tutti il giorno dopo a dire che bisogna dare un giro di vite, che i teppisti non sono tifosi e devono stare in galera, e magari a dirlo è lo stesso Ministro che la settimana prima stringeva la mano ad un capo ultras pregiudicato.

Al netto di tutto questo quindi, diventa difficile avere un’opinione, avere un’idea di cosa si possa salvare in questo circo completamente fuori controllo e alla fine una partita giocata in una città dove i diritti umani non sanno bene cosa siano diventa quasi una marachella, una roba di poco conto.

In un Paese dove i rapporti con l’Arabia Saudita (la stessa che segrega le donne allo stadio) sono strettissimi da anni (perché alla fine i soldi piacciono a tutti quindi dei diritti delle minoranze ce ne puliamo le terga), dove solo un anno fa c’era un presidente della Federcalcio che insultava i neri e pensava che le donne fossero “handicappate”, dove non esiste un sport professionistico per le donne ma soltanto per gli uomini, con un paese e con un movimento calcistico di questo tipo, come si può essere credibili anche manifestando per una pur giusta causa?

Come si fa a non guardarsi allo specchio e dire “quanta ipocrisia”?