L’interruzione di gravidanza è una pratica dolorosa. Partiamo da qui. Nessuna donna utilizza questa possibilità come metodo contraccettivo e, qualora questo avvenga, si tratta di pochi casi per fortuna isolati e dettati spesso da gravi difficoltà sociali. L’interruzione di gravidanza è un diritto di tutte le donne che, per ragioni individuali e personali, legate alla loro storia, alla loro situazione di vita e alle loro possibilità, hanno deciso di interrompere un processo che in un futuro forse avrebbe generato una vita. Forse, perché non è detto che il percorso di una gravidanza abbia sempre esito positivo.
A queste donne è stata data la possibilità di evitare di mettere al mondo una creatura che non avrebbero avuto magari i mezzi per crescere dignitosamente. Paradossalmente, al contrario di quello che tanti fanatici religiosi propongono, può essere anche vista come un atto di generosità: perché dare alla luce una creatura, ben conscia che avrà un futuro di dolore e sofferenza? Perché, se già so che non ho gli strumenti per crescere mio figlio, devo obbligarlo a nascere?
L’interruzione di gravidanza-dicevo-è una pratica dolorosa, a livello fisico e a livello psicologico. La decisione pesa sulla coscienza della persona, che spesso già vive una condizione di sofferenza dovuta alla scoperta di una gravidanza indesiderata. Sia chiaro: non è un capriccio di nessuno.
L’interruzione è, a norma di legge, prevista per la prima fase dello sviluppo embrionale, durante la quale, di fatto, quell’agglomerato di cellule non è ancora sviluppato e pertanto non si può ancora considerare un essere umano.
Uccidere una persona, scioglierla nell’acido, farla saltare in aria con chili di esplosivo, a colpi di pistola o di qualsiasi altra arma da fuoco, invece, è un reato.
Un parroco bolognese, un certo Don Francesco Pieri, ha dichiarato sulla sua pagina Facebook che “moralmente tra i due fatti non c’è differenza”. E quindi non c’è differenza -sempre parole sue- tra Emma Bonino, da sempre promotrice delle battaglie pro aborto, e Totò Riina, mandante di atroci omicidi a stampo mafioso.
Premettendo che l’interruzione di gravidanza è un diritto, non un dovere, ragion per cui non è obbligatorio per la donna svolgerla, ma avere l’assistenza necessaria per portarla avanti qualora quella fosse la sua scelta, quello sì. Ecco, premettendo questo, mi chiedo: davvero una donna che si è trovata nella situazione di dover rinunciare a far sviluppare una vita, ha lo stesso peso di chi, per beceri desideri di ricchezza, di imposizione di un clima di terrore e di fantomatico rispetto, usa la violenza per affermarsi su un altro essere umano, nella più completa illegalità?
La mafia è un reato. Sempre. Non ci sono paragoni accettabili, per nessuna religione e meno che mai per uno Stato laico che, vi piaccia o no, è il nostro.
E la tutela all’interruzione di gravidanza, al contrario, è un diritto di tutte le donne che si trovano ad affrontare questo delicato momento sul suolo italiano.
Quando i parroci, gli uomini religiosi, e chiunque nella società riusciranno ad accettare il fatto che interrompere un processo di nascita (non una nascita, e quindi non una vita) sia un diritto della donna volto a tutelarne la libertà, e quando la mafia, in qualsiasi modo essa venga manifestata, verrà riconosciuta come un cancro da estirpare e non come un santo a cui inchinarsi, allora, forse, parleremo di civiltà.