L’Italia politicamente isolata a livello internazionale, a causa delle vicissitudine del governo grillino-leghista,da Lunedì lo è leggermente meno grazie alla vittoria di Milano-Cortina 2026. Un evento davvero positivo.

A livello nazionale quella di Milano-Cortina, invece, è stata una candidatura-processo piuttosto lunga e complessa divisa in poche fondamentali tappe tra il 2016 e il 2019.

Nel biennio 2016-2017 si partì con tre candidature separate: Torino, Milano e Cortina. il Coni, sostanzialmente per ragioni prettamente politiche e opportunistiche, sostenne sin da subito Milano.

La sconfitta del PD e l’avvento dell’era del sindaco Appendino, portarono poi, nel 2017 al ritiro della candidatura di Torino, nonostante le resistenze di Chiamparino e della regione Piemonte. Nel frattempo, dall’altro capo delle Alpi, a Cortina, nonostante Milano continuasse a macinare consensi nelle alte sfere politiche e del Coni, non rimasero di certo a guardare aspettando di essere esclusi così, compresa la situazione, cercarono di unirsi a Milano. I punti di forza di questa unione risiedevano in pochi fattori:

-La vicinanza politica e l’alleanza tra Lega e Forza Italia, oltre al grande consenso della Lega a livello nazionale e regionale, tra Veneto e Lombardia;
-L’eredità olimpionica del 1956 e la grande esperienza di Cortina in materia di eventi invernali;
-La capacità del Veneto di fare lobby a livello nazionale e di forzare il meccanismo politico unitario che intendeva puntare solo su Milano.

Uno dei fattori più determinanti, nell’accettazione di questo tandem fu proprio il fatto che Milano in materia di montagne, attrezzature ed esperienze sportive non avesse nessuna competenza e quindi Cortina in tal senso costituiva un’opportunità, e questo il PD e Sala lo colsero subito.
Questa in estrema sintesi la ricostruzione del processo che portò, a Giugno dell’anno scorso a presentare Milano-Cortina 2026.

il progetto di candidatura che ha portato alla vittoria milanese è un buon progetto, ma nelle celebrazioni di questi giorni pare che sia l’innovazione del secolo e la scoperta di un nuovo metodo tutto “made in Milan”. Un metodo maggiormente sostenibile, rappresentativo e coinvolgente rispetto al passato. La verità, però, è che molto di questo dossier olimpico è stato copiato dall’esperienza di Torino 2006: candidatura che vinse e per la prima volta aprì la strada a un processo di unione dei territori – città-montagna, regione-capoluogo-provincia – oltreché a favorire una sostenibilità ambientale ed economica quasi totale introducendo sistemi di gestione condivisi tra enti e territori, oltreché un sistema di controllo economico unico tra tutti gli attori coinvolti. Torino 2006 fu una delle esperienze più premiate e menzionate a livello internazionale per la sua innovazione e la sua sostenibilità.

Viviamo, però, in una nazione dove politica e media danno un’immagine di Milano spassionatamente positiva, aperta, vivibile e ricca di integrazione, su cui la tendenza è quella di accentrare ogni grande evento o risorsa: gli esempi dal Salone del Libro alle grani fiere settoriali e alle agenzie europee si sprecano. Tale immagine, però, spesso è lontana dalla realtà come alcuni quotidiani, da “L’Espresso” a “Likiesta”, hanno più volte scritto; lo stesso rapporto tra le grandi città del Nord e Milano, tendono a farsi più competitivi e dualistici, spesso a causa delle scelte dei governi centrali di accentrare tutto sulla capitale meneghina.

Lo stesso processo di queste olimpiadi, salvo l’immagine di aperto supporto e collaborazione che si restituisce sui media, nelle stanze della politica evidenziano un po’ di malumori che continuano ad aumentare, e se nel caso torinese la colpa è solo dei torinesi stessi e del suo sindaco, fuori da essa la logica rimane la stessa: Che del Nord Italia oramai interessa poco ai governi centrali, l’obiettivo principale è sempre la città degli scandali di Expo 2015, delle grandi infiltrazioni mafiose e dei grandi eventi campeggiati dagli attori nazionali sena grandi remore a danno di tutte le altre grandi città del Nord, e no, non è una condizione mentale di infantile campanilismo, ma è una paura che da Aosta a Rimini si vive abbastanza con forza.

Le condizioni per un recupero dei rapporti, più equi e perequativi tra i territori ci sono ancora, sta alle regioni e al governo centrale coglierle.