Dopo tre lunghi mesi di contrattazioni, più vicini ad adolescenziali litigi che a discordanze politiche, anche noi abbiamo il nostro tanto agognato governo “eletto dal popolo”. Tutti quelli che lamentavano un Presidente del Consiglio non eletto, sono sicuro che troveranno pace nello scoprire, finalmente, che ciò può accadere senza intravvedere lo spauracchio del golpe.
La spaccatura tra l’elettorato che c’era prima e durante le elezioni, si sta ancora più manifestando ora. Da una parte coloro che compilano i documenti per l’espatrio, convinti che d’ora in poi in Italia proprio non si potrà più stare, e chi invece scalpita per vedere i frutti del “Governo del cambiamento”.
Credo, tuttavia, che come sempre la realtà stia nel mezzo e che non ci sia spazio né per l’esaltazione, né per la tragedia.
Ai primi, timorati per la morte della democrazia e della repubblica, esprimo la mia solidarietà per una sincera paura ma, al contempo, li invito a fidarsi del nostro ordinamento costituzionale. Nato all’indomani di una dittatura, che in eredità ci ha lasciato una sola cosa, molto importante, ossia la paura che si riproponga, ne è nata una Repubblica con un sofisticato meccanismo di pesi e contrappesi, creati appositamente per evitare derive antidemocratiche. A chi sottolinea che il ventennio ci ha lasciato ben di più di ciò, come paludi bonificate, il sistema pensionistico e il concetto ormai desueto di “treno in orario”, non posso che rispondere con un lungo e compassionevole sospiro.
Venendo ai secondi, i vincitori di questa tornata elettorale, invidio spassionatamente l’entusiasmo e la legittima credenza che “adesso tocca a noi”. Mi permetto, però, di fare alcune considerazioni.
Vi anticipo, innanzitutto, che i vostri rappresentanti si scontreranno molto presto con quella che definirei “la realtà”, molto più noiosa e rigida dei desideri politici e degli slogan urlati da un palco. Per intenderci: sbraitare il rimpatrio di 800 mila clandestini può scaldare i cuori (di gente che, sinceramente, preferisco non incontrare), ma risulta fisicamente e politicamente irrealizzabile, come già sottolineato da gente molto più autorevole di me, tipo Boldrini e Crozza (!!).
In secundis, attenzione ad idolatrare il cambiamento, senza se e senza ma. Il nostro è un paese che ha bisogno di un rinnovamento, senz’altro, ma cambiare pur di cambiare può rappresentare un rischio. Citando uno degli argomenti cardine dell’ascesa politica dell’agglomerato M5S-Lega, il sistema fiscale italiano è indubbiamente oppressivo ed eccessivo, ma non è detto che la soluzione sia una detassazione “piatta” e generalizzata per tutti i contribuenti. Questo sarà un boccone indigesto, se verrà realmente confezionato dal nuovo governo Conte, soprattutto per coloro che l’hanno ordinato, quando si renderanno conto che gli unici commensali a giovarne sono quelli che si potrebbero permettere il conto più salato.
Terzo, ed ultimo, monito ai vincitori, è sul porre attenzione alla squadra di governo che ha prestato giuramento, primo vero atto politico di questo esecutivo. Verissimo: non ci sono pregiudicati né condannati, ma troviamo un Ministro degli Interni con l’armadio pieno di magliette con slogan separatisti stampati sopra, un Ministro del Lavoro noto per non aver (ancora) mai svolto un lavoro, un Ministro all’Istruzione laureato ISEF (e metterlo allo Sport non era meglio?), un Ministro dei Beni Culturali esperto di design e moda e un Ministro della Famiglia che con la parola “cambiamento” condivide appena qualche lettera del cognome.
Questo per dire cosa? Per augurare al Governo buon lavoro, esortandolo a seguire la via dettata dal proprio elettorato, come è giusto che sia, ma ricordandosi che ora la campagna elettorale è finita e con lui è finito il tempo dei proclami. È iniziato il momento del fare realmente il bene del paese, o quantomeno provare a farlo, ascoltando non solo il proprio stomaco, ma anche il proprio cuore e il proprio cervello. Due organi largamente inutilizzati e inascoltati.
In conclusione, non è tutto oro quello che luccica, cari amici leghisti e pentastellati, ma non è nemmeno tutto letame quello che puzza, cari amici “democratici”. E poi, lo diceva anche Faber: dal letame può anche nascere un fiore!