14 luglio 2016. Una data significativa per la Francia. Intera. Nel giorno della loro festa nazionale un camion supera il misero cordone di sicurezza e si precipita sulla festante lacerando decine di vite e facendo numerosi feriti.

È stato l’attentato che ha modificato radicalmente la sicurezza francese. Circa dieci giorni dopo saremmo dovuti partire per un viaggio a Parigi, e già alla frontiera, in treno, l’attenzione dei controlli era diversa: documenti a tutti, ma a quelli un po’ più scuri di pelle, come un ragazzo siciliano, anche alcune domande. Erano i primi segnali che la paura stava facendo il suo corso.

Alla partenza e per tutta la permanenza siamo sempre stati tranquilli, consci che il pericolo poteva essere costantemente in agguato, ma riluttanti all’idea di privarci della volontà di goderci l’esperienza di viaggio e Parigi stessa. Ogni luogo pubblico, simbolo della Francia, era sottoposto a controlli, ma non tutti erano della stessa meticolosità. L’unica preoccupazione che avevamo, era l’attenzione per i controlli che non sempre era da paese che aveva appena subìto un attentato e in alcuni casi era, come nel caso della frontiera, indirizzata a persone con un colore più scuro del bianco. Esattamente come nella scena dei Griffin.

La cosa che, però, più ci aveva stupiti piacevolmente sono state le reazioni dei francesi e dei parigini: continuano a comportarsi con estrema naturalezza e come se la routine non fosse mai stata spezzata. Questo nonostante la massiccia presenza di poliziotti, guardie giurate assoldate appositamente per la situazione e le difficoltà consistenti per alcuni a essere tranquilli.

Quella naturalezza dei parigini, immersi nella loro routine e indifferenza, è stato qualcosa di particolare: trasmetteva più sicurezza della presenza della polizia e dell’esercito. Era il segnale che, nonostante la paura, ci fosse comunque un futuro e un presente per cui vivere, era il segnale che la paura non avesse vinto tra i cittadini, ma fosse una vittoria limitata allo stato.

L’anno seguente, ci recammo a Nizza. Sulla promenade des Anglais, nel luogo in cui il camion si fermò, c’è una targa commemorativa: nonostante il rumore del mare, la musica dei musicisti di strada, il traffico, di fronte a quella targa, e leggendo le parole impresse è come se ci fosse un silenzio assordante. Tutti coloro che ci passavano davanti, almeno una volta volgevano lo sguardo, per poi tornare a guardare avanti. È stato qualcosa di profondo e che ha rafforzato un sentimento amichevole nei confronti della vita.