Si è svolto sabato 16 giugno per le vie del centro di Torino, il Torino Pride 2018 all’insegna dello slogan “Nessun Dorma!”, un invito per tutti a rimanere vigili sui diritti faticosamente acquisiti e a continuare la lotta per quelli che ancora vengono negati a persone omosessuali, a famiglie omogenitoriali e a tutti gli appartenenti della galassia Lgbt.

La manifestazione torinese, sempre molto colorata e allegra, ha visto un gran numero di presenze tra associazioni, politici (presente anche la signora sindaco Appendino e parte di giunta e opposizione) di varie forze e schieramenti e, più in generale, chiunque fosse contro le discriminazioni di genere ma non solo. Proprio il clima politico nazionale con l’emergenza migranti e lo scontro tra rigidità e umanità hanno fatto sì che il Pride 2018 diventasse qualcosa di ancora più grande e profondo. Ne parliamo con Riccardo Zucaro  vicepresidente dell’Arcigay Torino e rappresentante di CasArcobaleno.

Com’è andato il Pride di quest’anno? Abbiamo visto tanta gente con tante motivazioni per esserci. Cosa ci puoi raccontare?

Il Pride quest’anno è andato decisamente bene, 120mila persone, un record per Torino che ci fa avvicinare ai numeri del Pride nazionale del 2006. Una partecipazione incredibile con non soltanto associazioni Lgbt e non Lgbt che di solito compongono il Pride ma abbiamo visto per la prima volta la partecipazione del Politecnico di Torino, l’università di Torino con i loro striscioni e la loro presenza. Soprattutto c’erano una serie di persone della società civile che, forse anche per il momento politico si sono sentite di scendere in piazza e sposare un Pride che pone l’accento sia sulle tematiche Lgbt sia su temi molto più trasversali che possono riguardare donne, migranti e tutta una serie di discriminazioni in modo più intersezionale. E’ stato un Pride veramente bello anche se io l’ho visto “in parte”, nel senso che io sono sempre vicino allo striscione di casArcobaleno, che di solito è vicino alle testa del corteo e quindi ho visto poco di tutto. Però si respirava un’aria di liberazione, di libertà che ha inondato Torino.

Il Pride quest’anno è caduto dopo poche settimane dall’insediamento di un nuovo governo di cui alcune parti sono piuttosto ambigue sul tema dei diritti civili e, come la vicenda Aquarius insegna, anche dei diritti umani. Pensi che questo abbia dato forza a più persone di partecipare?

Secondo me, sì. Per me questo non è più il momento storico di occuparsi solamente di tematiche Lgbt e che le associazioni stesse sostengano solo tematiche a loro vicine. Noi come Arcigay di Torino abbiamo aderito alla manifestazione di due settimane fa dal titolo “Aprite i porti” in Piazza Castello davanti alla prefettura, proprio per ribadire che o facciamo delle politiche di accoglienza, cerchiamo di capire come lavorare e come includere le persone migranti oppure l’esclusione e la chiusura dei porti è razzismo. Per cui secondo me una serie di persone hanno sposato questo concetto e sono venute in piazza per dire “No, la piega che sta prendendo questo governo è lontana da quello che vogliamo noi come associazioni, come persone, come società nel nostro Paese”. Sicuramente ha incentivato. Noi come CasArcobaleno abbiamo fatto tutto un lavoro sul territorio con i migranti Lgbt e durante il Pride i ragazzi e le ragazze migranti hanno tenuto il nostro striscione, facevano vedere una serie di cartelloni con vari slogan da loro prodotti ed è stato molto d’impatto far vedere che c’erano persone che partecipano e danno il loro contributo anche all’interno della comunità Lgbt, o che comunque arrivano in un luogo molto lontano, dal loro paese di provenienza e si vogliono in qualche modo riscattare, dire “Noi scappiamo da situazioni molto complesse e difficili e poi troviamo un ministro dell’Interno che ci vuole ricacciare in mare”. A tutto ciò noi siamo contrari.

Maggior affluenza però vuol dire anche maggiore esposizione, soprattutto social. In alcuni casi però, più che il Pride e il suo messaggio, si pubblicizzava se stessi, i propri prodotti/attività e i propri locali. Non pensi che questo possa creare un po’ di confusione a chi magari vede il pride “da fuori”? Oppure è un pegno da pagare per arrivare a più persone?

Il Pride di quest’anno ha avuto una risonanza mediatica eccezionale e probabilmente, come succede spesso, ha avuto questa risonanza solo una parte di quello che è stato il lavoro di concepimento, ideazione e realizzazione del Pride. Anche perchè la macchina organizzativa si muove tra ottobre-novembre per una marcia che si fa direttamente a Giugno. Dovessimo pubblicizzare o mettere in vista tutto il lavoro potrebbe essere davvero un compito difficile. Dall’altra parte quello che è emerso sui social da parte del coordinamento del Torino Pride, che è l’associazione di secondo livello che racchiude tutte le altre associazioni del territorio, è stato ribadire la storia di quegli attivisti e quelle attiviste che hanno indirizzato la strada da percorrere. Un progetto social molto interessante nel quale si sono prese le immagini di alcuni attivisti e attiviste e si è riportata la loro storia: da Enzo Francone uno dei fondatori del Torino Pride ma che è stato anche attivista del Fuori! negli anni 70, a Marcella Di Folco, che è stata presidente del Movimento Identità Transessuale ed è stata una delle colonne portanti di quel movimento, a Marielle Franco attivista lesbica brasiliana che è stata in qualche modo fatta scoprire recentemente dai fatti di cronaca relativi al suo omicidio. Questo è stato forse fatto apparire un po’ di meno ma è stato importante che si sia ricordato quella che è la storia del Pride e delle rivendicazioni. Però poiché in questo momento storico ci sono tutta una serie di enti e realtà commerciali che sposano la causa Lgbt, è più facile vederne un aspetto più superficiale o, passami il termine, un po’ più commerciale. Detto ciò il Pride è molto politico, ha una rivendicazione forte e si vede anche dagli approfondimenti giornalistici che, almeno su Torino, rimarcano molto bene il messaggio che passa dal Pride stesso. Sono un po’ due anime che vivono di pari passo, non per forza in contrasto, ma che almeno dal nostro punto di vista di attivisti, associazionismo, ecc. si cerca di far prevalere quella che è la rivendicazione politica e si cerca di darle il maggior eco possibile.

Sperando che in futuro il Pride “non serva più”, cosa ti auguri per le prossime edizioni?

Capisco la domanda ma dal mio punto di vista il Pride serve sempre. C’è un certo tipo di narrazione in cui si dice che arriveremo ad un giorno in cui non dovremo più dirci gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, intersessuali e via dicendo, un giorno in cui non sarà più necessario manifestare per chiedere o ottenere. Anche in questo ipotetico e utopistico futuro dove i diritti e l’accoglienza delle persone Lgbt sarà completa e totale, sarà sempre necessario e opportuno ricordare i moti di Stonewall e il Pride perché la memoria storica e la rivendicazione possono essere sempre utili. Per le prossime edizioni io mi aspetto sempre una crescita del Prid,e come è avvenuto in questi anni, ma mi aspetto anche un maggior incontro tra enti, associazioni e singoli in vista del Pride. Questa è una delle poche manifestazioni rimaste in Italia totalmente democratica, totalmente non violenta e molto rivendicativa dal punto di vista dei diritti e della visibilità. Io mi aspetto che sia sempre più così e che si arrivi ad interagire con altre associazioni e collettivi che magari hanno altre idee e proposte in modo da portare il Pride ad avere una rivendicazione ancora più forte, trasversale e innovativa. Io quello che auspico, e sono abbastanza sicuro che ci riusciremo, è di riuscire ad ampliare il più possibile le idee che possono venire fuori per il Pride, magari con assemblee pubbliche, con la rete di altre associazioni non  Lgbt in modo che si possa arrivare a far vedere che il Pride è momento di rivendicazione Lgbt ma si spinge verso un’idea che vada a rimescolare quella norma di cui siamo un po’ tutti vittime.

(immagine: Repubblica.it)