2455458702_24d5bd2023_oHo passato anni a criticare il gioco di Lebron James, la mobilitazione mediatica al suo seguito, quel suo modo eccessivamente arrogante di autoproclamarsi, la sua naturale propensione alla sconfitta. Ho detestato il modo in cui riduceva i compagni di squadra a semplici sudditi, gli allenatori a banali gestori e intere franchigie a pletore di tifosi che idolatravano un giocatore.

Successivamente è subentrata una forma di razionalità; pensavo “E’ troppo forte per non vincere neanche un titolo” e devo ammettere che ho gioito quando finalmente un suo dito infilò il tanto bramato anello. L’ho fatto di nascosto, in camera mia e sotto le coperte, ma ho gioito.

Tuttavia non riuscivo ad abbandonare l’idea che un giocatore così avesse spazio in un Olimpo disseminato degli anelli di Jordan, Bryant e amici. Era troppo poco elegante, troppo contro il gioco razionale e sensato. Efficace a tratti, è vero, ma ben lontano dalla pallacanestro degli Spurs, giusto per avere un riferimento.

Tutto ciò è scomparso quest’anno. È scomparso perché non ho più trovato quel Lebron James che avevo imparato ad odiare con così tanta naturalezza. Ho acceso la televisione per questa serie finale di playoffs e dentro quella canotta numero 23 ho trovato un giocatore dominante ma che sapeva anche fidarsi dei compagni, un giocatore in grado di attirare la difesa e poi scagliare la palla nell’angolo opposto del campo per cercare quel compagno che la difesa ha deciso di trascurare.

Insomma, ho trovato IL giocatore.

Capita che allora che cominci a scavare un po’ di più nelle storie. Già sapendo del tragico addio di James alla “sua” Cleveland anni prima, aggiungi che la città non festeggia una vittoria sportiva da ben 62 anni. Intanto metti a fuoco bene la faccenda e noti che in questa finale trovi la classe operaia del Mid-West contro la ricca San Francisco (o almeno così la si immagina) e lo sappiamo tutti che il romanticismo risiede nei ceti meno abbienti. Infine ci pensa Draymond Green, che inanella una serie di falli e dichiarazioni (soprattutto ai danni di Steven Adams, idolo indiscusso degli appassionati mondiali) atti a farlo diventare il giocatore più odioso delle finali (e per uno che in partenza era chiamato “Dancing Bear” è qualcosa di quasi impossibile).

Già ma forse questo non mi sarebbe bastato. Ecco allora l’ultima motivazione per cui quest’anno ho tifato i Cleveland Cavaliers.

Il 2016 sarà ricordato come l’anno in cui i Golden State Warriors hanno battuto il record ogni epoca di vittore in regoular season. Con 73 vittorie e appena 9 sconfitte, la squadra di Oakland ha battuto il 72-10 degli storici Chicago Bulls di Jordan, Rodman, Pippen e Kukoč. E questo cosa centra?

354054DC00000578-0-image-a-38_1466074028453Sono nato e cresciuto con il mito di quella squadra, di quelle stagioni e di quei giocatori che ricordo specialmente grazie all’importante apporto di Youtube. Loro quell’anno dominarono la stagione regolare e finirono col vincere il titolo, Golden State si è fermata proprio sul più bello.

Posso, dunque, continuare a tenere il poster “Bull 1996” appeso e pensare alla più grande squadra di sempre. Tutto ciò grazie a Lebron James.

Che sia il “Prescelto”, che sia il “Re” o che sia semplicemente Lebron, io vedo solamente un uomo cosciente dei suoi spaventosi mezzi e della sua incredibile tecnica a tal punto da rendersi conto che da solo non basta, da capire che deve la
vorare per migliorare se stesso e migliorare i compagni, smettendo di trascinare e cominciando a farsi accompagnare, smettendo di comandare ed imparando a governare
. Forse si, forse lo vedo un po’ come un re.