di Ludovica Rossi

Mi è sempre piaciuto fare confronti temporali. Istituire parallelismi tra la situazione presente e quanto invece accaduto in contesti equivalenti ma nel passato. È un buon modo per fare chiarezza, trarre bilanci, rilevare differenze da cui compiacersi o, al contrario, rammaricarsi dei cambiamenti avvenuti.Leggendo brevemente le news del giorno c’è un paragone che effettivamente sorge spontaneo e mi porta ad allineare, su una linea del tempo immaginaria, tre eventi.Il primo: siamo nel 1992. Storicamente è raro che un presidente statunitense non si aggiudichi il secondo mandato, eppure accade. George Bush padre conclude i suoi quattro anni alla Casa Bianca e si accinge a cedere il posto al democratico Bill Clinton. Quando, nel gennaio dell’anno successivo, Bill entra nello Studio Ovale sulla scrivania si ritrova una lettera, di quelle vere, scritte a mano su carta, con tanto di intestazione e in piena osservanza delle norme epistolografiche di rispetto verso il destinatario. “Caro Bill, quando sono entrato in questo ufficio oggi ho provato la stessa sensazione di stupore che provai quattro anni fa e so che sarà lo stesso per te. Ti auguro di essere felice qui, io non ho mai provato la solitudine descritta da alcuni presidenti. Ci saranno tempi difficili resi ancor più difficili da critiche che potranno sembrarti immeritate. Non sono bravo a dare consigli, ma non lasciare che le critiche ti scoraggino o ti distolgano dalla tua strada. Quando leggerai questo messaggio sarai il nostro Presidente: il tuo successo è ora il successo del nostro Paese. Tifo per te, buona fortuna. George”.Passiamo al secondo episodio. Esattamente quattro anni fa, un Obama forse un po’ allarmato, ma non per questo insensibile alle clausole di una corretta transizione tra vecchia e nuova amministrazione, liberava il proprio ufficio e accoglieva il suo successore. Rispettare la maestà della democrazia comporta anche questo: accettare, collaborare, sapersi eclissare al momento opportuno.Ed eccoci improvvisamente proiettati nel bel mezzo del nostro presente: istantaneo, conciso e scandito dal ritmo incalzante dei suoi tweet. Nessuna lettera per il democratico Joe, nessun caloroso invito a varcare le soglie della dimora presidenziale comportandosi come fosse a “Casa” sua, solo una valanga di accuse riversate su quel social che a Donald piace tanto maneggiare: “Fermate il conteggio”, “La gente non accetterà queste elezioni truccate!”, “Negli Usa abbiamo una lunga tradizione di problemi elettorali”.Sicuramente è necessario stare al passo con i tempi e le lettere, si sa, ormai non sono più alla moda. Ma qui a cambiare radicalmente mi pare proprio il contenuto, il messaggio, la mentalità: dalla saggezza umile di chi sa riconoscere la propria sconfitta e onorare, con il suo indietreggiare, il significato più autentico della parola “democrazia”, all’arroganza di imporre dall’alto il proprio volere, arrivando a soffocare la volontà di una maggioranza e a mettere in discussione un sistema elettorale che, per quanto passibile di revisioni, risulta sedimentato da tempo.The Donald non è mai stato evidentemente un appassionato praticante degli sport di quadra, altrimenti suvvia, qualche norma basilare sul rispetto del proprio avversario per lo svolgimento di una sana competizione avrebbe pur dovuto acquisirla.Mi inquieta il pensiero di un Presidente degli Stati Uniti d’America, insomma quella che dovrebbe essere una delle personalità politiche più potenti al mondo, che si cala, con tanta naturalezza, nel capriccio egoistico di un bambino cui è stato appena sottratto il suo giocattolo preferito: “No mollala, Joe, questa nomina è MIA!”Il fine dovrebbe giustificare i mezzi, ma ho l’impressione che qui l’obiettivo presidenziale non nasca tanto da un sincero e accorato interesse per il benessere dell’America. Altrimenti forse l’urgenza di focalizzare le proprie energie (e cito, a titolo esemplificativo, uno soltanto dei numerosi, imminenti impegni che suppongo corredino l’agenda della Casa Bianca) sull’efficace gestione di una pandemia globale varrebbe ad evitare dispendi di tempo in licenziamenti ad hoc di segretari e battaglie legali che ostacolino la transizione dei poteri. Se nel suo tempo si fosse verificato qualcosa di simile il nostro Poeta ci avrebbe esortati a non “viver come bruti”, bensì a “seguir virtute e canoscenza”. Ora, fiduciosa dei non-limiti spazio-temporali della cultura, credo che questo incoraggiamento possa essere esteso anche a te, Donald: coraggio, vedila come un’opportunità di riscatto e, perlomeno in chiusura, sorprendici con un congedo virtuoso.929People Reached82EngagementsBoost Post