È da un po’ di tempo, ormai, che per me la plastica è diventata più di un semplice oggetto di consumo. Magari vi sembrerà assurdo, ma è da qualche mese che io tengo conto di quanti rifiuti non riciclabili produco e cerco soluzioni per servirmi della plastica usa e getta (per quanto sia essa quasi sempre riciclabile) il meno possibile. Perché riciclabile non significa biodegradabile.

Perciò uso contenitori riutilizzabili, non prendo bottigliette di plastica alle macchinette, evito di comprare frutta e verdura già imbustate, mi porto il sacchetto da casa se faccio la spesa, insomma: nulla di straordinario, i classici “metodi della nonna” che molti di noi hanno già adottato e a cui mi sono sensibilizzata anch’io, nel corso degli anni.

No, non voglio farvi il pippozzo da green nazi, perché so che smettereste di leggere dopo due secondi, e che forse l’avete già fatto al primo paragrafo. No, non sono neanche un membro di Greenpeace o di una qualche fantomatico gruppo hippie che ha scelto di vivere nei boschi e nutrirsi di sole radici (scelta ad ogni modo rispettabilissima).

Il fatto è che, al giorno d’oggi, è davvero facile informarsi. Facilissimo, forse troppo, tant’è che nessuno lo fa più. Infatti, siamo tanto sommersi da informazioni quanto dalla plastica che invade i nostri mari. Basterebbe davvero anche solo aprire uno dei quotidiani gratuiti che danno alla stazione, per rendersi conto dell’entità del danno che la plastica ha portato sul nostro maltrattato pianeta.

Per questo, quando si è scatenata la polemica social sui sacchetti biodegradabili, ho scelto di non schierarmi aprioristicamente e di non fare commenti facili. Non mi viene neanche più da ridere all’ennesimo meme sulle arance etichettate. Perché sono stanca che ogni iniziativa venga ridicolizzata, minimizzata, triturata negli ingranaggi della macchina social per essere trasformata in una barzelletta da quattro soldi e che si finisca, dopo qualche giorno, per dimenticarne addirittura lo scopo iniziale.

D’altra parte, non condivido neanche la reazione di chi li ha semplicemente derisi a suon di “poracci, per due centesimi!”. Perché attenzione, loro non stanno protestando contro i due centesimi, almeno, non la maggior parte. Stanno protestando per due motivi: in primo luogo, per un cambio di abitudini consolidate, e poi perché nessuno ha chiaramente spiegato loro il perché di questa nuova regola. “Trovata la legge, trovato l’inganno”, dice l’italiano medio per non pagare due centesimi, senza però capire che la busta gratis non gli spettava neanche prima.

Il vero problema è che in Italia esiste una grossa falla nella comunicazione istituzionale (in generale) e in particolare sulle tematiche ambientali. L’effetto che anche un piccolo cambiamento di questo genere avrebbe potuto avere sul consumatore è stato sottovalutato e l’italiano medio, poco informato, che va a comprare la frutta e verdura al supermercato si è ritrovato questa nuova regola dall’oggi al domani. Come ovvio, siamo scaduti nel solito “ce lo chiede l’Europa”. E vai di Salvini & co.

L’Europa in realtà ci vuole semplicemente rendere consapevoli delle nostre scelte di consumo. Le direttive (a differenza dei regolamenti) sono atti che l’Unione emette per stabilire un obiettivo, che poi ogni Stato potrà scegliere come raggiungere. L’Italia ha scelto questo metodo.

Ah cara Europa, parlo per l’Italia, ma qui i cambiamenti sono davvero difficili, soprattutto quelli di mentalità. E per l’italiano medio restio ai cambiamenti di qualsiasi sorta, cambiare abitudini può risultare un passo insormontabile.

Ma questo passo deve essere fatto. Prima che il terreno ci frani sotto i piedi, possibilmente.