gramelliniAdesso basta, Massimo. Te lo dico da lettrice, del tuo Buongiorno e dei tuoi libri: non ti sopporto più.

Sei sulla prima pagina di un quotidiano a tiratura nazionale piuttosto importante, e non del gazzettino della scuola di un piccolo paesello di provincia, con un carico di responsabilità non indifferenti.

Già, perché sono parecchi, ad oggi, i lettori de LaStampa, e più di 400mila i tuoi “seguaci” su Facebook. Ciò che scrivi si muove velocissimo, passa da occhi a occhi, muovendo coscienze e pensieri. Le tue parole si diffondono a velocità incredibili, arrivando ovunque e, alle volte, i tuoi pensieri, come quelli di chi sa di scrivere ad un pubblico, possono far smuovere coscienze e opinioni.

Pensaci. Perché quando ci danno un megafono tra le mani, o urliamo “al lupo al lupo” (e magari ci riesce di diventare il nuovo ideatore di un movimento politico), oppure impariamo a pesare le parole. Hai tra le mani più che un semplice megafono: la parola scritta, se ben utilizzata, può dimostrarsi un’arma potentissima, e questo lo sai meglio di me. Per questo ti chiedo di smetterla, posare la penna e prenderti il tuo tempo per riflettere.

Agli inizi, mi chiedevo come fosse possibile che, ogni giorno, tu riuscissi a scrivere la tua opinione su un qualsiasi fatto di attualità. Mi pareva impossibile: non possiamo avere un’opinione su tutto, a meno che l’opinione non rimanga sempre la stessa, pallida e piuttosto neutra, adattandola di volta in volta al soggetto in questione. Ecco, ora ho capito che avevo ragione. A forza di sapere poco su tutto, sei finito a non cogliere più niente ovunque, riducendoti a scrivere con la pancia, di pancia e alle pance.

Sei finito a parlare ai “fratelli musulmani” dicendo loro che dovrebbero fare qualcosa per fermare le barbarie di cui ogni giorno siamo vittime tutti quanti. Ne hai parlato come se fossero altro da te, qualcosa di molto lontano dalla tua vita, che incrocia il tuo cammino soltanto quando c’è da farsi saltare in aria urlando la grandezza di dio. Perché? Perché sei inciampato anche tu su quella dicotomia noiosa di “noi e voi”?

Ho due sorelle, di sangue e per scelta, che con me condividono poco: gusti, scelte e caratteri completamente opposti. Eppure, se mia sorella, a mio avviso, sbagliasse, più che a puntarle il dito proverei a sedermi con lei e a domandarle in che modo potrei esserle utile. Lasciarla marcire nel suo brodo, pensando che i suoi problemi non mi riguardino, sarebbe stupido, considerando che viviamo ancora sotto lo stesso tetto e sarò poi anche io a fare i conti con la sua ira o il suo dolore.

Massimo, non ci siamo, per niente. Non è solo Fatima o Abdoul a dover fermare l’odio. È anche Mario, Concetta e persino io, Michela, o tu, Massimo. Perché il tetto è lo stesso, e lo sarà sempre. Perché il termine caritatevolmente religioso “fratello” perde completamente il suo significato, se non lo riempiamo di un senso civico più forte.

Sei mio fratello perché vivi con me, perché mi assomigli più di quel che sembra, e non posso in alcun modo evitarti o isolarti: lo spazio è questo, ed è normale che ci si incontri. Litigheremo, perché in casa succede anche questo, ma esigo di far pace con te ogni volta, perché non ho proprio voglia di trascorrere le mie giornate arrabbiata o nervosa.

Non è più scusabile chi alimenta la diffidenza nel vicino, non ora, non da parte di un giornalista, il cui compito è quello di informare e divulgare, non alimentare concetti populistici e di basso livello, e tu dovresti saperlo.

Ripensaci. Alle volte, dirsi buongiorno restando il silenzio è davvero il modo migliore per affrontare la giornata.