african-immigrants_998807cUna tragedia emblematica: centinaia di persone ammassate su un barcone in fuga dalla loro terra Madre che, fortemente problematica, li ha abbandonati, li ha costretti in un viaggio della speranza attraverso il mare.

Molti di loro il mare non lo hanno nemmeno mai visto, sanno che è bagnato, non che può uccidere. A nemmeno metà della rotta vengono avvistati da un mercantile portoghese, l’agitazione sale e la speranza, la voglia di arrivare, di esser soccorsi è così tanta che novecento persone si spostano sul lato verso il mercantile agitando mani e braccia, qualcuno forse esulta. È un attimo, il barcone non regge lo spostamento di peso, si ribalta e affonda.

Il mare si inghiottisce i corpi, gli zaini, le mamme per mano ai bambini, le foto ricordo, i sogni, le cicatrici, le scarpe consumate e gli occhi rossi, lo sgomento, la paura, le urla. Il mare è bagnato e uccide. I quaderni con i disegni, la bottiglia con la poca acqua rimasta, la polvere attaccata alla pelle, le labbra secche. Il mare è bagnato e uccide. La voglia di scappare, la guerra alle spalle, la disperazione e la speranza, un biglietto di sola andata. Il mare è bagnato e uccide.Novecento persone morte in una giornata non sono numeri da strage, sono numeri da guerra, figuriamoci 1600 in quattro mesi. Ma quando è cominciata questa guerra? Quando il Mediterraneo è diventato un campo di battaglia? E soprattuto chi combatte e contro chi?10488176_10204326834640446_4582735007378998591_n

Allora mi chiedo, se non è una guerra forse è un incidente. Ma no, non puó essere un incidente, perché gli incidenti avvengono un po’ per caso, quando si è presi alla sprovvista e noi di certo sul tema non siamo inesperti. Che ne è stato dello sgomento dopo la strage del 3 ottobre 2013? Dove le abbiamo messe le lacrime e le parole spese dopo quel giorno? Abbiamo creato slogan, urlato ‘Mai più 3 ottobre’, ma ora rieccoci qui, con il numero di vittime quasi triplicato.

Non riesco a trovare una parola per descrivere quanto accaduto, forse perché è passato solo un giorno e questo probabilmente è il momento migliore per il silenzio, per la riflessione, per l’assunzione di responsabilità.

Già, di chi è la colpa? Dopo la morte di novecento persone una tale domanda sorge spontanea e additare e scaricare l’intera colpa sui trafficanti forse non è la scelta più onesta. Di certo i trafficanti di esseri umani (ma come si possono trafficare esseri umani?) sono i colpevoli primari, quelli evidenti agli occhi di tutti, colti in flagrante, e l’adozione di una severa linea d’intervento nei loro confronti è fondamentale. Ma forse gli altri colpevoli latenti, quelli mascherati da buonisti del giorno dopo siamo noi, siamo noi Europa. Noi che siamo tanto bravi a parlare e commuoverci ma poi sui fatti perdiamo sempre. Non impariamo, non facciamo squadra, deleghiamo, rimandiamo, ci lamentiamo ma in sostanza facciamo poco o nulla. O facciamo, prendiamo provvedimenti, come con Mare Nostrum dopo il 3 Ottobre 2013, ma dopo qualche mese inspiegabilmente ci siamo già dimenticati e tutto è come prima: ovvero il silenzio. ++ Strage Lampedusa 3 ottobre, fermi e avvisi garanzia ++

Siamo il pubblico di spettatori del Mediterraneo, guardiamo dal sicuro della nostra fortezza Europa, qualche volta applaudiamo e scriviamo recensioni ma stiamo sempre dietro al sipario (non tutti, un’eccezione che meriterebbe molto più riconoscimento la fanno i militari, i soccorritori e i pescatori che svolgono un lavoro degno della nostra gratitudine). Finché non muoiono novecento persone sotto i nostri occhi.

Ma dobbiamo davvero sempre aspettare un tale sacrificio di vite umane affinché nei nostri cuori si smuova qualcosa? Siamo l’Unione Europea che diamine!, non un insieme disordinato di stati (come possono essere in questo momento gli stati nordafricani), allora agiamo, interveniamo sul breve e sul lungo termine, smembriamo il sistema organizzato del traffico umano e creiamo canali umanitari. La soluzione non è facile e immediata ma da qualche parte bisogna pur partire. Non possiamo più rimandare, il Mediterraneo ce lo sta dicendo in ogni modo, non possiamo più girarci dall’altra parte, i flussi continuano, le guerre pure e allora l’immigrazione deve diventare tema prioritario, perché ci riguarda da vicino e ci riguarda tutti.

Io vorrei che lo slogan non diventasse ‘mai più 19 Aprile’, perché la storia recente ci ha insegnato che una data non ci rimane impressa, cade facilmente nel dimenticatoio. Lo slogan è mai più novecento uomini in mare, perché non deve più accadere che novecento uomini siano costretti ad attraversare il mare illegalmente su un barcone. Il mare è bagnato e uccide, e noi non vogliamo stare a guardare.

C’è una poesia del Seicento che mi piace rileggere ogni tanto, perché è un attuale, seppur duro, monito e richiamo all’umanità, che è un po’ naufragata insieme ai novecento migranti.

Nessun uomo è un’isola,
completo in se stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare,
l’Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai per chi suona la campana:
essa suona per te.
(John Donne)