Cresciuto ed educato con una concezione autoritaria dell’insegnante, oggi alla tenera età di trentuno anni apprendo dell’esistenza di una sindrome a cui è stato affibbiato un appellativo che ricorda i motori, quello di burn out.

Tale sindrome o patologia, lascio agli specialisti il termine più corretto, colpisce quegl’insegnanti che subiscono uno stress particolarmente gravoso dovuto all’interazione fra il docente e l’alunno. Questo fattore, probabilmente sommato ad altri, è stato uno di quelli che hanno stabilito un nesso causale fra il concetto di mestiere e quello di usurante e conseguentemente a tutto ciò è diventato anche una categoria che rientra nel “trattamento di favore” per quanto riguarda l’età di pensionamento anticipato.

I fatti legati alla ormai celebre maestra di Susa, per aver maltrattato i piccoli allievi, ha tirato fuori anche questi aspetti in cui ormai una maestra nell’approccio con piccoli alunni non riesce ad esercitare la sua autorità esercitando la vocazione all’insegnamento con autorevolezza tracciando l’educazione di quei bambini che un domani saranno gli uomini e donne del domani.

Non so giudicare se essere un’insegnante è il frutto di una vocazione profonda o un mestiere come un altro, anche se un’opinione chiara c’è l’ho, ma senza alcun dubbio prima di affrontare dibattiti sulla qualità di una riforma o affrontare dibattiti sul sistema scolastico si dovrebbe riuscire a non aver problemi di interazione con i piccoli alunni, che sembrano coloro che ci (e prendo in considerazione tutti non solo il corpo docente) mettono più in difficoltà.

Essere maestri, insegnanti o docenti vuol dire creare relazione educata tramite l’utilizzo della cultura come strumento e fine. Questo ho capito da alunno.