di Alessio Mason

Poche settimane fa, anche se la notizia è passata un po’ in sordina, l’Italia si è unita a tanti altri Paesi del mondo e ha firmato gli accordi Artemis con la NASA, stabilendo una serie di principi di pace per l’esplorazione dello spazio, in vista delle esplorazioni che cominceranno nei prossimi anni, alla volta della Luna e di Marte. E subito ne è nato uno sciame di polemiche, che si interrogano sulla effettiva utilità di questo tipo di investimenti. Ma facciamo un passo indietro: di cosa stiamo parlando?

Per chi non lo sapesse, è ufficiale già da un po’: l’essere umano tornerà presto, prestissimo, sulla Luna. Nato da una collaborazione delle agenzie spaziali statunitense (NASA), europea (ESA), italiana (ASI), giapponese, canadese, australiana, britannica e araba, il programma si chiama, molto poeticamente, Artemis. Il nome rappresenta infatti un riassunto di tutti gli obiettivi del programma: Artemide, nella mitologia greca, è la Dea della Luna crescente, è sorella di un certo Apollo (da cui l’Apollo 11 e compagnia) ed è una donna. Questo punto potrebbe sembrare ovvio, ma è in realtà importante sottolinearlo: tra i principali obiettivi del programma Artemis troviamo infatti quello di portare la prima donna sulla Luna, a 50 anni dal “piccolo passo per un uomo” compiuto da Neil Armstrong nel 1969.

I passi di avvicinamento all’obiettivo sono chiari: il programma Artemis ricicla molti progetti e idee che erano stati scartati in passato dalla NASA per mancanza di fondi, ed è per questo che è già quasi tutto pronto. Il primo razzo è in costruzione in questo momento in Florida, a Cape Canaveral, esattamente il luogo da cui partirono gli astronauti del programma Apollo.
Già quest’anno avremmo dovuto avere il primo volo, ma il nostro amico virus ha deciso per un rinvio: la missione Artemis I lancerà quindi nel 2021, senza equipaggio, compiendo un volo fino alla Luna e ritorno, per verificare che tutti funzioni al meglio. Nel 2023, poi, sarà la volta dei primi astronauti, che con l’Artemis II faranno le prove generali andando a fare un giretto intorno alla Luna; nel 2024 sarà poi tutto pronto per Artemis III e per un nuovo allunaggio, con un altro uomo e la prima donna sulla Luna.

Non è ancora chiara la tabella di marcia delle missioni successive, ma lo scopo del programma sarà quello di installare una base permanente sulla Luna (sulla falsariga della Stazione Spaziale Internazionale che orbita tutti i giorni sopra le nostre teste) e, in un futuro sperabilmente non troppo lontano, fare in modo che questa diventi un trampolino di lancio per tentare di far arrivare un uomo fin su Marte.

Tutto questo, è evidente, ha dei costi non indifferenti. Questi verranno coperti per la maggior parte dalla NASA, che rimane capofila del progetto, ma anche l’Italia, tra agenzia spaziale italiana ed europea, non farà mancare il proprio contributo. Ed ecco che quindi subito tornano ad infiammarsi le polemiche, oggi come negli anni ’60 e ’70: è giusto investire miliardi in esplorazioni spaziali il cui unico scopo è di portare un essere umano “un po’ più in là”? Tralasciando i risvolti scientifici, pur molto importanti, ne vale la pena?

Ebbene, la risposta, a mio avviso ma secondo molti, non può che essere sì. E questa volta, a differenza degli anni ’60 e ’70, abbiamo già un esempio: il programma Apollo, infatti, costituì il più grande investimento nella ricerca mai varato nella Storia. Oltre a tutto l’indotto per le industrie, che già da solo contribuì non solo a ritornare i soldi degli investimenti ma a moltiplicarli di svariate volte (vi furono sette dollari prodotti per ogni dollaro investito, circa), il vero ritorno del programma Apollo furono tutte le invenzioni, grandi e piccole, che oggi fanno parte della nostra vita quotidiana ma che nacquero per garantire agli astronauti una vita migliore nello spazio e sulla Luna: dai circuiti integrati (il “cervello” di ogni computer o smartphone di oggi) ai satelliti per le telecomunicazioni e il GPS, dai sistemi di sterilizzazione degli alimenti al semplice velcro che oggi troviamo sulle nostre scarpe, dai filtri per l’acqua alle Tac, dal memory foam ai cibi liofilizzati, etc.

Insomma, l’elenco potrebbe continuare, ma è evidente che le polemiche, quantomeno, non hanno il supporto della Storia.
E poi, diciamocelo, che bello sarà tornare ad incollarci al televisore come fecero i nostri genitori e nonni in quella notte di luglio del ’69, e tornare a sognare di essere anche noi lassù, lontanissimo, ma in fin dei conti giusto sopra le nostre teste, a fare balzi alti tre metri.