Di Alessio Mason

Vi è mai capitato, mentre stavate leggendo le ultime notizie, di trovarvi davanti alla pubblicità del nuovo gioco che non conosce nessuno ma che aspettavate da mesi? O magari a quella delle vostre patatine preferite, di cui avevate proprio voglia in quel momento?

Delle volte, sembra quasi che il nostro telefono e il nostro computer ci conoscano meglio di chiunque altro. Anzi, delle volte sembra quasi che ci sia qualcuno, dietro quello schermo, che ci sta spiando per capire tutto di noi. Fortunatamente, non è così. Vero? Vero?!??

“Aspetta, lo cerco su Google”. Quante volte ci capita di dirlo? Ormai non possiamo più viverne senza. Le comodità che il motore di ricerca più famoso del mondo ci offre sono incredibili. Ricerche, mappe, traduzioni, email, news, video, spazio di archiviazione cloud, calendari, contatti, libri, foto, documenti, servizi di messaggistica e conference call, sono solo alcuni dei servizi che ci offre la Grande G nella pagina principale. Ripeto, alcuni. E poi, non dimentichiamolo, anche YouTube è di Google. Così come Android, forse ogni tanto ce lo scordiamo. E poi c’è Google Home, lo smart speaker casalingo pronto a rispondere a tutte le nostre richieste. Ci avete mai fatto caso, quante cose ha da offrire Google?

Eppure, a ben guardare, qualcosa non torna. Come fa tutto ciò ad essere assolutamente gratis? L’ultima volta che ho controllato, Google non era una onlus, e quindi? Come fa a guadagnare i miliardi che fattura?

Con i vostri, con i nostri dati. Ognuno di noi, sotto forma di dati, vale circa 50 dollari, più o meno. Eh sì, perché Google, attraverso tutti questi servizi, fa incetta di informazioni su di noi, pronti per essere rivenduti: analizza i nostri gusti, si appunta dove andiamo a mangiare di solito, sa cosa facciamo il sabato sera con gli amici, sa che domani c’è la festa a sorpresa organizzata in gran segreto per la mamma, e così via. Certo, non credo che nessun dipendente di Google vada mai a controllare se il sottoscritto ha mangiato al giapponese o al messicano per cena, ma magari tutte queste informazioni potrebbero interessare a qualche azienda che, acquistando i dati da Google, può capire meglio i miei gusti e sviluppare prodotti più adatti a me. O, addirittura, potrebbero interessare a qualche algoritmo: magari, una settimana dopo, la pubblicità a lato di un qualche sito (fornita ovviamente attraverso Google AdSense) potrebbe suggerirmi un nuovo giapponese che ha recentemente aperto in zona.

Be’, ma insomma, verrebbe da dire che questa cosa è quasi comoda, no? Avere pubblicità personalizzate e ritagliate sui nostri gusti è una bella comodità, no? Sì, ma fino a un certo punto. Certo, delle volte può essere pratico, per esempio quando cerco dove mangiare la sera. Ma ogni volta che effettuiamo una ricerca, Google ci mostra solo i risultati che l’algoritmo pensa che siano più in linea con i nostri gusti.

Così, quando cerchiamo informazioni sui vari partiti politici per prepararci alle prossime elezioni, troviamo solo risultati che sono già in linea con le nostre idee politiche, e quell’articolo che racconta cose non troppo positive sul nostro partito preferito viene accuratamente nascosto.

Ci troviamo all’interno della cosiddetta Filter Bubble, la nostra bolla personale attraverso cui vediamo il mondo. Peccato che sia una bolla che non sappiamo di avere e che non ci siamo costruiti e scelti noi, che ci limita a conoscere solo quello che sappiamo già e che non ci espone alla verità completa.

Va bene, allora, siamo tutti d’accordo. Ma siamo poi sicuri che sia vero? Siamo sicuri che Google ci spii e ci tracci in questo modo? Chi ce lo dice? Attenzione, rullo di tamburi, perché ce lo dice Google stessa. Ebbene sì, signore e signori, Google è rea confessa. Se si va a leggere i Termini di utilizzo di qualsiasi servizio Google, è tutto ben spiegato. Ma ovviamente nessuno li legge mai, e quindi il gioco è fatto.

In quelli di Gmail, per esempio, è ben scritto che sia dipendenti Google che algoritmi automatizzati possono analizzare e leggere ogni singola email che inviamo e riceviamo. Ah, ed essendo che Google è presente in quasi tutti i siti web (chi crea le pagine usa AdSense per guadagnare con la pubblicità e Analystics per monitorare le visite), non è che evitando di fare ricerche si stia lontani del tutto dallo spionaggio.

“No ma, tranquillo, perché io non faccio l’accesso e, anzi, uso anche la modalità di navigazione in incognito, così sono a posto.” Eh no, mi dispiace, cattive notizie. Google non ha di certo bisogno che voi facciate l’accesso per riconoscervi. Eh no, gli basta semplicemente analizzare le vostre impostazioni di navigazione, i font che avete installato sul computer, la versione del browser utilizzato, i plugin installati, etc. Mettendo insieme tutte queste cose, che il vostro browser ovviamente gli passa gentilmente sottobanco, Google può riconoscervi a distanza di un miglio, anche senza che voi inseriate la vostra password o che usiate la modalità in incognito (che cancella sì la cronologia, ma solo sul computer, non sui server dei nostri amici). Si tratta del cosiddetto fingerprinting, proprio perché l’insieme di queste informazioni costituisce una nostra impronta digitale sul web. E se non ci credete, visitate clickclickclick.click e divertitevi. O spaventatevi.

E allora, non c’è niente che possiamo fare? Siamo condannati a vivere nell’interpretazione moderna delle fantasie orwelliane? Diciamo che un po’ di danno è fatto, perché alzi la mano chi non ha mai utilizzato Google in vita sua. Ma siamo ancora in tempo per cambiare abitudini.

Innanzitutto, le ricerche. Ci sono decine di motori di ricerca più sicuri, e il più famoso tra questi è DuckDuckGo, che fa della privacy il suo cavallo di battaglia. Nessuna Filter Bubble di sorta, nessun filtro, nessun dato registrato.

Poi, si può cominciare a cambiare anche il resto, per vivere sempre più Google-free. Come browser, al posto di Chrome, c’è Firefox, o Safari di Apple. Come sistema operativo mobile, al posto di Android, ci sarebbe iOS (sempre di Apple), per quanto passare ad iPhone ed iPad sia tutt’altro che economico. Per le email, ci sono tante alternative, da Yahoo ad Apple stessa. Per le mappe, c’è Apple Maps (accessibile anche attraverso DuckDuckGo).

Insomma, le alternative ci sono. Ma ci possiamo fidare? Per esempio, tra le alternative, quelle più ricorrenti sono quelle di Apple, che è pur sempre un’altra enorme azienda tecnologica americana. Cos’ha di diverso l’azienda di Cupertino da quella di Mountain View? In questo caso ci possiamo fidare ciecamente? Be’, no, non del tutto, però possiamo notare come Apple faccia della privacy uno dei suoi punti forti, nella pratica e nel marketing.

Certo, è sempre e solo pubblicità, ma è sempre meglio che andare in giro ad ammettere candidamente di vendere i dati di tutti al primo che passa come fa Google. Insomma, con una pubblicità su così larga scala, la comunità informatica non ci metterebbe molto ad attaccare Apple se scoprisse che di falsa pubblicità si tratta. Come peraltro sta recentemente facendo nella polemica sugli assistenti vocali: a differenza di altri servizi, con Siri Apple invia le registrazioni ai server e le analizza, ufficialmente per migliorare il servizio, ma comunque senza dire niente a nessuno. Quindi, possiamo scegliere di fidarci un po’ di più, anche se con moderazione, ma l’ideale sarebbe affidarsi solo a soluzioni open-source o comunque non controllate da grandi aziende, come DuckDuckGo. Con le quali, però, viene da chiedersi: se non vendono i nostri dati, come fanno a guadagnare?

È semplice: DuckDuckGo, per esempio, guadagna anch’essa tramite la pubblicità, ma in modo diverso: anziché analizzare i dati dell’utente, prende in esame il contenuto della ricerca stessa (le parole chiave che immettiamo di volta in volta) e mostra pubblicità di conseguenza, cancellando poi ogni traccia a fine sessione. Insomma, una bella differenza, considerato che, di nuovo, non c’è alcuna Filter Bubble.

In definitiva, vivere senza Google è impossibile, e sarebbe anche sbagliato provarci. I servizi che offre sono troppo grandi e, diciamolo, troppo di qualità per ignorarli bellamente. Bisogna, però, iniziare a prendere in considerazione le alternative per cominciare a difendere meglio la nostra privacy e, soprattutto, per fare in modo che i nostri dati comincino a valere qualcosa meno di quei 50 dollari.