Le giornate del 25 e del 26 Maggio per gli irlandesi non sono state giornate qualunque, ma momenti nel susseguirsi dei fatti di un paese che significano “storia”.

Oltre 3,30 milioni di irlandesi sono stati, infatti, chiamate alle urne per decidere su un tema che oggi, nelle principali campagne elettorali, sta tenendo banco e richiedendo, contemporaneamente, una grande attenzione, ossia: L’Aborto.

Un tema, come si diceva poc’anzi, che nelle campagne elettorali permanenti di tutti i principali paesi sviluppati e del cosiddetto secondo mondo, è al centro dell’attenzione dei movimenti religiosi, (specie quelli cattolici di matrice ortodossa o ultra-conservatrice), dei movimenti populisti e dei partiti ultra-conservatori, a tratti, l’impegno di tali raggruppamenti sociali, è così devastante da essere riuscito ad attrarre su questo sentiero proibizionista, anche i partiti conservatori tradizionali, questo, ovviamente, in nome del valore elettorale e non finemente politico.

L’Irlanda non è l’unico paese che ha avuto al centro della sua agenda politica l’aborto, ma casi particolarmente recenti, sempre in Europa, sono stati la Polonia, per la scelta del governo di reintrodurre leggi precedentemente abolite o modificate, di orientamento proibizionista-punitivo, e l’Italia, spesso richiamata all’ordine dall’EU e dall’ONU (in nome della “Carta di Istanbul” del ’14 orientata a tutela la figura della donna specie in tema di oppressione e violenza) per la sua scarsa disponibilità di strutture adeguate alla pratica e al sostegno dell’aborto e un diffuso rifiuto nella somministrazione delle pillole abortive.

In questo contesto, però, gli irlandesi si sono mossi in massa, con quasi il 70,00% (si attende il termine degli spogli, ma alla quarta proiezione i dati sono all’incirca questi) a favore della legalizzazione dell’aborto. È un dato storico non solo per il contesto sinora descritto, ma in particolare poiché in un paese di matrice sociale e morale fortemente cattolica l’Irlanda, rappresenta una rottura significativa con il passato e arriva ad appena tre anni di distanza dalla legalizzazione dei matrimoni omosessuali. Se dovessimo ricercare un’analogia, questa sarebbe, per ragioni sociologiche e storiche, proprio con il referendum italiano del 1974 su aborto e divorzio. Questo sia per il tipo di contesto entro cui si è svolto il dibattito e sia per i movimenti e i partiti in gioco.

Significativa, anche in questo caso, è stata la categorizzazione del voto, ove si sono riscontrate le classiche divisioni che già a partire dai voti “pre-Trump”, ma con il voto americano del 2016 sono diventate lapalissiane, hanno evidenziato come i cittadini si stiano sempre più polarizzando a tutti i livelli: Le maggiori contrapposizioni, infatti, sono state tra i centri urbani e le zone rurali, tra i centri città e le periferie, per quanto concerne la geografia, tra anziani, giovani e media età, in termini demografici, tra ceti economicamente avvantaggiati e ceti fortemente svantaggiati, in termini economici e, chicca particolare, anche in questo caso vi è stata una significativa divisione tra giovanissimi, dove la polarizzazione è così forte che mostra un polo non particolarmente vivace di liberali e un polo piuttosto in espansione, di ultra conservatori. In merito a questi ultimi aspetti, tra loro collegati, ci sarebbero alcune questioni che continuano a rimanere ignorate ai partiti storici da porre e su cui si dovrebbero trovare delle soluzioni, o quanto meno aprire un dibattito, per un conto è giocare con le politiche economiche o con gli slogan, un conto è giocare con i diritti universali delle persone. Oggi si è messo in discussioni con esito favorevole l’aborto – guarda a caso sempre dai diritti delle donne e degli omosessuali si parte – domani si potrebbe discutere la libertà individuale.

Alla fine di questa analisi ciò che conta, però, è che oggi le donne irlandesi abbiano il pieno diritto di scegliere liberamente