cohenStamattina, come spesso capita, mi alzo ad un’ora non proprio decentissima. Sorrido, perché anche oggi non ho lezione, ma poi mi faccio seria pensando alla quantità di libri che mi attendono, pronti per essere studiati. Vado in cucina: la casa è vuota e questo mi rende di nuovo felice. Mentre metto a bollire l’acqua per il tè accedo distrattamente a Facebook; il solito, meme su Trump, meme sulla Clinton, meme su Trump e la Clinton… Poi mi blocco. Non può essere, è una bufala. Accendo la TV, mi butto su Google, tutto pur di controllare. Purtroppo è vero: è morto Leonard Cohen. Così inizia una giornata davvero molto triste.

A chi non lo conosce dico sempre che Cohen è il genio che ha scritto la canzone “Hallelujah” «… che  sicuramente avrai sentito in “Shrek” cantata da un altro tizio». La conoscono tutti quella canzone. Credo che l’abbiano ascoltata in pochi, però. Pochi rispetto a quelli che la conoscono, insomma. È così melodiosa, dolce e struggente al tempo stesso, sublime e triste e magnifica. E il testo è qualcosa di indescrivibile. È questo ciò che rende Cohen il più grande cantautore di tutti i tempi (almeno secondo il mio modesto parere). Lui, che nasce come poeta, nelle sue canzoni riesce ad esprimere in maniera così perfetta quello che vuole dire che non si può far altro se non restare stupefatti in contemplazione. Cohen è riuscito a sconvolgere un canto di gioia (ovvero “Hallelujah”) e a farlo diventare un percorso introspettivo tormentato e bellissimo con una proprietà di linguaggio e un’osservazione psicologica davvero incredibili.

Ovviamente però non si può parlare solo della sua canzone più famosa per comprenderlo. Cohen ha scritto moltissime canzoni, toccando alcuni temi davvero difficili da trattare; eppure lui è riuscito ad esaminarli fino in fondo, e poi a trasportarli in musica in modo davvero brillante. Ha parlato di morte e depressione, ma anche di religione, di politica e d’amore. La sua caratteristica più rilevante è stata quella di mescolare insieme tematiche complesse e a volte trascurate, rendendo l’essenza della vita e la tortuosa psiche umana con parole e suoni che sfiorano la perfezione. Le sue canzoni toccano nel profondo: donne, provate ad ascoltare “I’m your man” e immaginatevi qualcuno che ve la dedica (uomini, se volete far cadere qualcuno ai vostri piedi, questa è la canzone giusta). Anche l’amore, un tema sfruttato da tutto e da tutti, con Cohen sembra rinascere.

Ecco perché io oggi sono così triste. Cohen per me è sempre stato un po’ come uno psicologo, un parente stretto e un amico. La verità è che non ho idea di come fosse davvero, ma le sue canzoni sembrano riuscire a portare fuori quello che a volte nemmeno ho ancora pensato. Cohen è uno di famiglia, è lo zio un po’ fuori di testa; quello che sembra sempre triste, ma che basta ascoltare una volta per restare incantati dalle sue parole. Le sue canzoni sono pura poesia, la sua musica arriva dove nient’altro riesce ad avvicinarsi. Mi ha toccato nel profondo, in alcuni casi mi ha cambiato la vita. So che sembro drastica, ma fatevi un favore: accendete YouTube, cercate “Suzanne”, o “Dance me to the end of love”, oppure “Take this waltz” e fatevi trasportare dalla sua musica. Intanto io piangerò la scomparsa di un artista incredibile, un genio della poesia e un musicista eccelso.