yemenite jews refugees 1949(1)Le parole pesano. Soprattutto quelle scritte, non evaporano al primo sole, sono difficili da compostare e da smaltire. Rimangono e, anche senza padrone, circolano per lo spazio pubblico in autonomia, talvolta si fanno persino attori protagonisti della storia. Vivono a lungo, e come tutti i corpi vivi si trasformano. Le parole non sono mai neutre, ma in certi casi lo sono meno che in altri.

Questo è ancora più vero per le parole fortemente orientative di cui articoli, servizi televisivi o semplici discorsi sul conflitto arabo-israeliano traboccano. Detto altrimenti, il nostro lessico su Israele e dintorni, il lessico che apprendiamo su giornali e televisioni, contiene già la conclusione di un’argomentazione. Se vogliamo essere pignoli, più che orientativo, sembra un lessico orientato.

Non ci facciamo caso per abitudine, per un pizzico di pigrizia intellettuale e forse perché, in fondo, il nostro mondo coincide con il nostro linguaggio, e nel nostro mondo nonostante i mugugni ci stiamo bene. Vorrei soffermarmi oggi su tre locuzioni di questo tipo tanto diffuse quanto disinformanti. Possiamo naturalmente scegliere di continuare a utilizzarle, ma lo faremo almeno da una posizione di maggiore consapevolezza.

1) I “palestinesi” e la “Palestina”. Credete che i “palestinesi” siano un popolo dalle profonde radici come italiani, cinesi e turchi? Se è così, ho una brutta notizia da darvi: i “palestinesi” esistono da non più di 50 anni. Mi spiego: come persone, ovviamente, esistevano anche prima, ma nessuno di loro si definiva tale. Nel novembre 1947 l’Onu deliberò la spartizione della Palestina mandataria britannica in uno stato ebraico e uno arabo. Giustamente, perché i popoli palestinesi erano due, entrambi con un forte radicamento sul territorio anche se entrambi, per motivi diversi (il sionismo e la salvezza fisica dalle persecuzioni gli ebrei, il benessere economico gli arabi), composti in gran parte da immigrati recenti. Questi due popoli, entrambi palestinesi, erano quello ebraico e quello arabo. palestine flag thirties

Gli stessi arabi residenti in West Bank e a Gaza, tra 1948 e 1967 non si presentavano come “palestinesi”, definendosi invece semplicemente “arabi”. L’identità palestinese è insomma una creazione recente, degli anni ’60-’70, che si è sviluppata nella logica dell’opposizione violenta a Israele e ha avuto nell’Olp di Arafat e nelle dittature arabe della regione i principali sostenitori. In questo contesto, gli ebrei palestinesi hanno subìto un furto di identità da parte degli arabi palestinesi, che da allora hanno assunto in esclusiva il titolo di unici “palestinesi” autentici. Anche il “conflitto israelo-palestinese” è dizione recente e in buona misura fuorviante rispetto alla più corretta locuzione “conflitto arabo-israeliano”.

2) I “profughi palestinesi”. La prima guerra arabo-israeliana è quella del 1948-1949. Scatenata da cinque Paesi arabi poche ore soltanto dopo la dichiarazione di indipendenza di Israele, ha visto quest’ultima resistere e ribaltare le sorti del conflitto. In questo contesto tra 400.000 e 500.000 arabi lasciarono la propria dimora per motivi diversi, in primo luogo la comprensibile volontà di allontanarsi dal teatro degli scontri. Detto per inciso, nei mesi e anni seguenti, in tutto il mondo islamico dal Marocco all’Afghanistan gli ebrei furono espulsi, spesso dopo essere stati derubati dei propri beni. Alcuni ripararono in Europa e in America, molti di più (circa 900.000) in Israele, dove entrarono a far parte, non senza difficoltà, di quella società multietnica. Di questi profughi, però, si è perso il ricordo. Gli altri, quelli palestinesi, invece esistono ancora. Perché?

Perché vengono utilizzati cinicamente come carne da macello nella guerra in primo luogo ideologica dei Paesi arabi e musulmani contro Israele, di cui ho scritto qualche tempo fa in un articolo. Dopo 80 anni vivono ancora in campi profughi in West Bank e nei Paesi arabi circostanti, in cui spesso i loro diritti vengono calpestati. Di norma è loro vietato lasciare queste baraccopoli e persino acquistare beni immobili. E’ fatto loro divieto di integrarsi nei rispettivi Paesi, perdendo il titolo di “profugo”.

Peggio ancora fa l’Onu, da cui dipende un’agenzia (Unrwa) che si impegna non a integrare i profughi palestinesi, come invece avviene per qualsiasi altro profugo al mondo, ma a mantenere queste persone nella condizione dei loro bisnonni, imponendo che lo statuto di “profugo” sia trasmesso di generazione in generazione. Un abominio giuridico, ma anche morale. Almeno, che non se ne dia la colpa a Israele.israel map

3) I “Territori occupati”. Non sono occupati, per il semplice motivo che prima che Israele nel 1967 ne entrasse in controllo non facevano parte di un peraltro inesistente “Stato palestinese”, ma erano amministrati da Giordania (West Bank) ed Egitto (Gaza). E prima ancora erano parte del mandato britannico. Meglio chiamarli “territori contesi”, dunque. Nella speranza che in futuro queste regioni si trasformino davvero in uno Stato palestinese capace di accantonare l’idea di distruggere Israele, e accettandone invece in pace l’esistenza al proprio fianco.