Vivo immersa nella musica da quando sono nata. Con un fratello e una sorella adolescenti e una madre appassionata di cantautorato non poteva andare diversamente. In quel periodo confuso che è la mia infanzia, quindi, si sono mescolati generi, cantanti e canzoni molto diversi tra loro. In mezzo ai System Of A Down, Battiato e i REM c’era anche Hallelujah. Ho riscoperto Cohen più avanti, quando ho cominciato a capire qualcosa d’inglese e di poesia, ma Hallelujah era già lì ad aspettarmi.

L’ho ascoltata e riascoltata, ne ho imparato a memoria gli accordi e non posso fare a meno di suonarla ogni volta che prendo in mano una chitarra. Questa canzone, più di ogni altra, tocca il mio animo in modo completamente diverso da ogni altro brano. Uno dei motivi per cui mi piace così tanto è quello che dice. E come lo dice. Cohen è l’unico, insieme a de Andrè, che sia riuscito a parlare in toni così umani di qualcosa di divino. Hallelujah è questo, è una tensione tra l’essere (troppo) umano e la folle aspirazione a raggiungere il divino. E riuscire a rende questa lacerazione, usando tra l’altro un inno di gioia come solo l’hallelujah può essere, è un’impresa straordinaria.

Però c’è un altro motivo, più difficile da spiegare, per cui sono così affezionata a questa canzone; non è perché mi ricorda la mia infanzia, né perché è una delle poesie più belle che io abbia mai letto. È qualcosa di più profondo, che ha a che fare con la musica stessa, gli strumenti scelti per suonarla e la voce del cantante. È un brano che esprime gioia, tristezza, malinconia così bene che non posso fare a meno di immedesimarmi quando lo ascolto. La dolcezza e il piacere di cui parla sono così forti da diventare quasi dolorosi; la cosa incredibile è che se ci si abbandona alla musica si riesce davvero a percepire il sentimento di cui l’autore ha scritto senza bisogno di ascoltare le parole.

Questa descrizione non basta a spiegare quanto né perché io sia così legata a questa canzone. Ma alla fine dei conti non credo che sia necessario: la musica, la poesia, ogni forma d’arte gioca sul filo dell’inesprimibile, e cercando di spiegarla se ne perde la parte migliore.