una-scena-del-film-lezione-21-esordio-alla-regia-dello-scrittore-alessandro-baricco-80621Le decisioni della politica italiana, che da tempo non sembrano orientate a investire sulla cultura delle nuove generazioni,  danno i primi vergognosi risultati e a farcelo notare sono i dati Eurostat. I tagli netti, non accompagnati da una politica di riforme strutturali auspicabili e da anni al centro del dibattito (centralizzazione dei poli, abolizione di inutili corsi di laurea non realmente specializzanti, revisione delle modalità di accesso alla docenza e cosi via), hanno comportato l’entrata del sistema universitario in una fase recessiva spaventosa. Testimoni privilegiati della disastrosa situazione sono i dati.

I tagli: Dal 2009 l’università italiana ha visto diminuire nelle proprie casse i finanziamenti da parte dello Stato di un miliardo ogni anno. Quanto incide un miliardo? Per comprendere la portata del taglio è opportuno segnalare che il costo dell’università è passato da 7 a 6 miliardi annui, quindi  “abbiamo” deciso di diminuire l’investimento di un settimo.

 Reazione degli atenei: In breve, meno investimenti più tasse. I costi sono stati semplicemente scaricati sulle spalle degli studenti con un aumento spropositato delle tasse universitarie. L’ammontare effettivo delle rette cambia in funzione del reddito, del tipo di corso e dell’ateneo prescelto. La media generale assomma a 1000 euro. Nel panorama europeo la nostra università è tra le più care, sopra di noi soltanto Inghilterra e Olanda dove però vengono erogate numerosissime borse di studio per la maggioranza degli studenti a fronte del nostro fondo per il diritto allo studio che giova a meno del 20% degli iscritti.

In Paesi come Spagna, Belgio, Francia e Austria le tasse sono mediamente più contenute rispetto alle nostre. Ma il vero imbarazzo lo si avverte confrontandosi con i Paesi scandinavi in cui il percorso universitario è semplicemente gratuito. In Svezia e Danimarca addirittura gli studenti hanno una borsa di studio pari a 900 euro al mese, incredibilmente retribuiti più di molti stagisti e praticanti neolaureati italiani.

 Conseguenze: Calo degli iscritti del 20% negli ultimi anni, nel Mezzogiorno alcuni atenei registrano addirittura picchi del 30%. In Italia nella fascia fra i 30 e i 34 anni solamente il 22,4% ha conseguito il titolo universitario contro una media europea del 36,8%,  davanti a noi anche la Romania (22,8%) e la Croazia (25,6%). Questo divario percentuale, alla luce della recessione decisa dai nostri politici, è destinato ad aumentare. Non ci sono cenni di un’inversione di tendenza sul “prezzo” delle tasse, anzi i costi continueranno a crescere anche per l’aumento della contribuzione fino al 100% specie per gli studenti fuoricorso (spending review 2012).

 Tralasciando valutazioni economiche e i risvolti sulla  non competitività del “Prodotto” italiano sul mercato europeo, sembra ancora più importante fare delle considerazioni di carattere sociologico. La crescita culturale è una condizione essenziale per il buon funzionamento di un ordinamento democratico, senza questa l’esercizio consapevole dei diritti politici dei cittadini è compromesso. Sembra assurdo e illogico che i politici italiani decidano di risparmiare sulla formazione  culturale dei giovani frenando cosi lo sviluppo sociale, come se ci accontentassimo di avere quasi estinto l’analfabetismo. Non vi è dubbio che l’istruzione pubblica andrebbe riformata strutturalmente a tutti i livelli, rinnovando il sistema a livello metodologico ed eliminando i “rami secchi” che rappresentano inutili sprechi.

I tagli netti operati in questa maniera non possono che comportare solamente recessione e l’abbassamento della qualità dell’istruzione in favore di carissimi istituti privati che si possono permettere in pochi. Gianni De Michelis affermava: La cultura è il petrolio d’Italia e deve essere sfruttata”. Il deputato è rappresentante di quella vecchia classe politica che, sebbene tra scandali e scalpori indesiderati, non ha mai smesso di investire sulla  nostra risorsa primaria: i cervelli degli italiani.