Se è vero, come si dice, che la nazionale di calcio rappresenta l’identità di una nazione, possiamo dire che l’Italia di questo Mondiale è stata la Germania? Un accostamento dal sapore paradossale, certo, visto che nelle vicende europee l’hobby preferito dei secchioni tedeschi è quello di spedirci perennemente dietro la lavagna rimandandoci a settembre. Ma la simpatica Corea del Sud, Dio da oggi l’abbia sempre in gloria, almeno sul campo ha azzerato il gap e inflitto agli invincibili panzer quelle lacrime che gli azzurri conoscono, ahinoi, molto bene.

Eppure, anche se l’epilogo della nazionale di Loew ricalca tutti quelli vissuti dalla nostra, di nazionale, nel post-2006, ci sentiamo di dire – e in fondo non pensiamo di stupirvi – che la squadra che più ci ricorda il nostro paese nella campagna di Russia è l’Argentina. E non solo per ragioni culturali e di comuni radici legate alla massiccia presenza di emigrati italiani nella nazione sudamericana (no, Salvini, tranquillo: non farò paragoni con il presente perché conosco già la tua banalissima risposta). Ma anche e soprattutto perché la Seleccion al Mondiale ha esaltato ai massimi livelli la cifra del suo Dna: vivere masochisticamente in bilico tra la celebrazione e la tragedia. Uno spirito che noi italiani ben conosciamo e che viene rispecchiato da tutte le caratteristiche espresse da Messi e soci.

Una squadra costretta a rialzarsi nel momento in cui l’acqua gli è alla gola, cioè sempre. Che soffre e vince quando ormai sta salendo sul volo di ritorno per Buenos Aires. Priva di un gioco, meravigliosamente scombinata e anarchica, che non riconosce più l’autorità del suo commander in chief, Sampaoli, rovesciandolo in un piccolo colpo di stato con il benestare di una Federazione inerme. Il vecchio (Messi) che assume, insieme all’altro veterano Mascherano (indomito guerriero che tutto fa in campo a parte l’unica cosa che dovrebbe, giocare a calcio), il controllo della situazione e decide la formazione, dopo aver già deciso in precedenza di tenere in panchina i giovani (Dybala) o addirittura ordinato di lasciare a casa chi potrebbe prendergli la scena (Icardi). Lo stesso vecchio, peraltro, che viene messo in discussione quando i risultati non arrivano, un attimo dopo essere elevato a dio in terra dopo prodezze come quella contro la Nigeria (Un gol che, secondo le leggi della fisica risulta impossibile). Il governo del presunto cambiamento che, in mancanza di svolte, mantiene o rispolvera i dettami della precedente gestione (tatticamente l’Argentina vista nella partita decisiva era ricalcata su quella del precedente ct Sabella). Tutto molto italiano.

Così come l’ingombrante presenza della religione. Sia che venga incarnata da Maradona, urlante e gesticolante in tribuna come nemmeno il mitico Pdor di Aldo, Giovanni e Giacomo, dio in terra con cui dover sempre e comunque fare i conti, sia espressa nelle parole (“Dio è nostro alleato”) o nei talismani (indossato alla caviglia sinistra) di Messi. E il triste sospetto, anche questo tipicamente italico, che il destino ti volti sempre le spalle perché, dopo che ti sembra aver scalato l’Everest, la strada si fa ancora tortuosa: negli ottavi ti tocca la Francia. Che poi è il principale avversario dell’Italia nell’attuale braccio di ferro sui migranti. All’Italargentina non resta che sperare in un impeto di arroganza di Deschamps in stile Macron. Di solito è un errore che i Bleus pagano caro. E la Seleccion potrebbe fare come il nostro governo, la voce grossa. Un rischio che in fondo si può permettere, contrariamente al nostro Paese. Perché lAlbiceleste avrà pure un leader imperfetto e tormentato, Messi. Ma lui a volte – vedi Nigeria – i problemi li risolve. Davvero.