di Gabriele Zanier

Se ne parlava da anni. Quasi settimanalmente le agenzie di stampa hanno titolato in merito all’uscita di Renzi dal Partito Democratico. Se ne era discusso così tanto che, ormai, nessuno ci credeva (o sperava) più. Poi, improvvisamente, lunedì 16 Settembre un terremoto scuote la politica italiana: l’ex Premier esce dal PD per costituire un nuovo soggetto politico. Inaspettatamente visto che era stato tra i protagonisti nella formazione del governo giallorosso.

Alcuni l’hanno definita una scelta avventata, altri l’ennesimo tentativo di tornare protagonista, ma la verità sembra essere che si tratti di una scelta ponderata e studiata da tempo. Probabilmente pensata fin da Marzo 2018, quando, all’indomani delle elezioni più drammatiche per il PD , il Senatore semplice affossò ogni possibilità di vedere i 5 Stelle alleati col centrosinistra, spingendoli nelle larghe braccia di Salvini. E non è un caso che proprio in queste settimane, scongiurata la possibilità delle elezioni che non avrebbero dato il tempo di organizzare un nuovo soggetto politico e che difficilmente avrebbe visto rieletti molti renziani oggi confluiti in Italia Viva, il progetto di Renzi si sia finalmente realizzato.

La domanda che circola in questi giorni è: quale sarà l’effetto sul PD, e quale sul governo? Il Governo non ne risentirà nell’immediato, come dichiarato dallo stesso Renzi che ha garantito fiducia a Conte. È altrettanto vero, però, che con questa operazione è riuscito ad ottenere un peso ben più importante all’interno del governo di quanto non ne avesse una settimana fa. Il sospetto è che la durata sia nelle sue mani, visto che insieme ai 15 senatori di Italia Viva è fondamentale per la fiducia. Tuttavia, salvo sondaggi particolarmente positivi nei confronti del neonato partito, la stabilità del governo sembra assicurata.

Per quanto riguarda le dinamiche interna al PD partiamo dal presupposto che chi sta scrivendo questo articolo non pensa che la scissione sia una cosa negativa: la personalità di Renzi e il malumore creatosi intorno a lui, erano molto ingombranti e la sua uscita può rappresentare la possibilità di rinascita sia per il PD che per Renzi stesso; tuttavia questo non può essere sufficiente per i democratici. Il PD vive, fin dalla sua fondazione, una grossa crisi di identità, perennemente in bilico tra le realtà politiche che decisero di farne parte, nel lontano 2007. L’uscita di Renzi e di un esiguo numero di parlamentari ed ex dirigenti renziani ha fatto sperare (o preoccupare) in molti che questo fosse solo l’inizio di una radicale trasformazione del Partito Democratico ormai orientato a sinistra e senza più nessuna ancora a trattenerlo al centro.

Un pensiero durato pochi giorni fino a quando Lorenzin (ex Ministra della Sanità nei governi Letta, Renzi e Gentiloni) ha annunciato il suo ingresso nel PD. Questo pensiero è alla base di un enorme errore di valutazione, tipico di quella stagione politica iniziata con la fine della Prima Repubblica: il leader fa il partito, non è il partito che sceglie il leader. La scissione dell’ex sindaco di Firenze non comporta che oggi il Partito Democratico sia un soggetto diverso rispetto a ieri. È solo l’ultima di una serie di scissioni che il mondo del centrosinistra è oramai abituato a vivere senza troppe preoccupazioni o aspettative. L’unico modo di trasformare l’identità di un partito è attraverso la proposta politica, costruita coinvolgendo chi si vuole rappresentare nelle istituzioni del paese.

È di questo avviso Dario Corallo, candidato alla segreteria del Partito Democratico durante le scorse primarie che hanno visto vincente Nicola Zingaretti, e contattato telefonicamente in merito al futuro del principale partito del centrosinistra italiano.

DOMANDA. Nel tuo post su Facebook successivo l’uscita di Renzi dichiari con forza che ciò non rappresenta una possibilità di cambiamento nel PD, a meno che non si smonti la sua classe dirigente e non si sblocchino le dinamiche che hanno causato la nascita del renzismo.

RISPOSTA. Certo. Il Renzismo è un risultato di una serie di problemi, non ne è la causa. Esso è l’effetto di una serie di analisi sbagliate fatte negli anni ‘90. Si è pensato che il compito di un partito di sinistra non fosse più l’annientamento di un sistema capitalista che opprime le fasce più deboli della popolazione, ma che fosse quello di aggiustare questo sistema per renderlo più accettabile. l’uscita di Renzi non comporta necessariamente anche un cambio di rotta rispetto a questa analisi sbagliata.

D. Infatti è notizia di queste ore l’entrata della Lorenzin dentro il PD. Pensi che ci siano dei problemi nelle modalità di adesione al PD, oltre ad una difficile collocazione ideologica del partito?

R. Sicuramente. Non c’è nessun controllo sulle iscrizioni. E questo provoca un caos nel quale chiunque sente di potersi avvicinare e iscrivere. Questo caos nasce perchè il partito è diventato espressione di una somma di dirigenti, ed è maturata l’idea che quanti più moderati si possano accogliere, più consensi si potranno ottenere. Ma i moderati non esistono, e si è persa la capacità di presentare chiare proposte politiche. Il PD deve ripartire dai bisogni di chi si vuole rappresentare, deve quindi scegliere a chi rivolgersi.

D. Come commenti la decisione di tanti sostenitori di Renzi, Ascani e Lotti davanti a tutti, di restare dentro al PD?

R. Qualcosa di già visto, in Francia, con la nascita di En Marche! di Macron. Quando l’attuale presidente francese decise di costituire il suo soggetto politico si assistette per mesi ad una passerella di dirigenti che uscivano dal Partito Socialista francese per confluire in En Marche!. Analogamente succederà nel PD tra i sostenitori renziani che oggi annunciano di rimanere dentro il partito. Usciranno nei prossimi mesi, ad uno ad uno, in modo che si potrà parlare di fuga dal partito, anche se si tratterrà di poche persone.

(Immagine: Rolling Stones)