Sono passati oramai tre giorni dal fatidico crollo del ponte Morandi a Genova, un crollo che con sé ha portato via trentanove vite, oltre a quindici feriti, di cui nove in gravi condizioni cliniche.

Le cause del crollo sono ancora oggi pressoché sconosciute, ma quelle più realistiche – al netto dei grandi ed enfatici titoli giornalistici e delle roboanti dichiarazioni politiche sulla manutenzione – potrebbero essere imputabili a errori progettuali e carichi meccanici derivanti dal flusso di traffico superiore al limite progettuale. Al momento sono stati aperti due procedimenti giudiziari con diversi carichi pendenti: Uno dalla Magistratura italiana e uno dalla magistratura francese, legato alla morte dei quattro ventenni parigini, in entrambi i casi, comunque, sono a carico di ignoti: Non conoscendone le cause individuare un colpevole è difficile. In questo caso, stranamente, la Magistratura ha mostrato una lucidità inaspettata senza rincorrere il mondo politico con pogrom collettivi verso ogni papabile parte interessante.

Come in tutte le occasioni pubbliche – specie quelle tragiche che riescono a raccogliere maggiore attenzione per via del carico emotivo ed empatico – un aspetto di rilevanza da considerare e analizzare è quello della comunicazione. Le dichiarazioni, le accuse, le ricerche spasmodiche di un colpevole, le minacce di risoluzioni punitive e unilaterali, l’esplosione di esperti, di alternative e la rincorsa alla cancellazione delle memorie del passato si perdono come una goccia d’acqua nell’oceano. Ovviamente non si tratta di un elenco di esempio casuale, ma di riferimenti a specifiche fattispecie che in questi giorni hanno segnato il processo mediatico rispetto alla vicenda stessa.

Tre gli aspetti principali. Uno legato a quello del mondo politico, uno legato a quello del mondo popolare e infine quello dei media.

Nel primo caso il primo a rilasciare dichiarazioni non è stato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ma il trittico giallo-verde Salvini, Di Maio e Toninelli. Le dichiarazioni sono state pressoché simili, così come uguale è il media utilizzato, ma differiscono per il modus operandi e per le soluzioni proposte, seppur simili.

Nei casi pentastallati, subito si è corsi non nell’ipotizzare un colpevole lasciando alla Magistratura il suo corso affinché possa individuarlo e giudicarlo, così come nel comprendere le cause, ma nell’accusare direttamente la Società Autostrade Per l’Italia [SAPI]. Nel corso della giornata, dall’indirizzo dell’attenzione mediatica contro SAPI i due grillini – rispettivamente vice presidente del consiglio e ministro delle infrastrutture – sono passati a un “aumento di tiro” dichiarando in maniera perentoria il ritiro della concessione a SAPI in maniera del tutto unilaterale e senza le opportune verifiche del caso. Solo il giorno successivo alla tragedia, il Presidente del Consiglio Conte ha rilasciato le sue parole dichiarando che non vi sia tempo per aspettare il corso della Magistratura perché i colpevoli hanno già un nome e devono essere puniti. Raffrontando le varie affermazioni anche rispetto alla linea del tempo si può osservare come vi sia stato un crescendo della gravità della punizione da applicare a un colpevole già individuato seppur non verificato e confermato.

Nel campo leghista, invece, Matteo Salvini, vice-presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, ha distinto le sue affermazioni in tre diversi momenti: Il primo dove insegue la volontà grillina di accusare SAPI, il secondo, all’indomani della tragedia, ove sfrutta durante l’intervista al TG3 sul “tema ponte” il momento per svincolarsi dalla domanda e abbandonarsi a una proclamazione in cui afferma che si siano rifiutati altri immigrati lasciandoli in mare (Diciotti), lasciandoli ad altri paesi (Malta) e che dal 2017 gli sbarchi siano diminuiti.

Stamattina, invece, in un’intervista simile dichiara che SAPI non dovrebbe far pagare i pedaggi autostradali pensando nella sostanza solo agli introiti e che la stessa società dovrebbe chiedere scusa, in tutto questo ovviamente non è mancato un attacco all’EU che, sempre nella mattina è dovuta intervenire specificando che abbia concesso finanziamenti alle infrastrutture per 8,00 miliardi di euro e che l’Italia sia tra le nazioni che più usufruisce della flessibilità di Maastricht. Non che ci fosse propriamente bisogno di specificarlo, salvo per alcuni fan. Sulla stessa ondata, in mattinata è nuovamente intervenuto Di Maio, accusando anch’egli che la società di Autostrade pensi solo ai profitti, questo in risposta alle rimostranze di SAPI nei confronti della paventata possibilità di ritiro della concessione in cui precisava che ci sarebbero pesanti penalità.

Anche in questo caso la politica ha dimostrato di non essere più realmente un’attività collettiva per la collettività, ma un valore esclusivamente personalistico e limitato alla capacità di riuscire a captare consenso individuale ad personam tra gli elettori, tutto questo bruciando letteralmente ogni corpo intermedio sia in funzione del tempo e sia in funzione della possibilità di confronto: La comunicazione politica diventa individuale, esclusiva del singolo e disintermediata da ogni media standard; tutto è lasciato nelle mani dei social. Questa strategia comunicativa permette ai singoli membri della classe politica di scegliere il “campo di gioco”, i temi e i tempi della comunicazione, lasciando ai media mainstream la sola possibilità di trasformarsi in megafoni delle persone stesse. In tutto questo anche i partiti stessi sono annichiliti dal valore del leader singolo, poiché le classi dirigenti sono state annullate costringendole ad appiattirsi in lunghi silenzi in favore delle parole e della visibilità esclusiva del leader unico.

Un metodo in un certo senso pericoloso che comporta una mancata distinzione tra profilo pubblico e profilo privato creando una commistazione tra considerazione private e personali e considerazioni di profilo pubblico che richiedono attenzione e verifica. Il risultato è l’annullamento di ogni forma di responsabilità verso il linguaggio, le parole che pur loro hanno un valore immenso spesso tralasciato in favore di un richiamo all’attenzione della giungla dei media. Da questa deresponsabilizzazione nasce il rilancio a toni sempre più grevi, spregiudicati e attenti ad attirare la massima potenza mediatica possibile. Nel momento in cui il Presidente del Consiglio dei Ministri, laureato in giurisprudenza e professore ordinario di diritto, afferma che «[…] il governo non possa aspettare i tempi della Magistratura […]» per individuare un colpevole e giudicarlo è chiaro che non ci siano più i limiti per rispettare e comprendere i confini tra ciò che sia lo stato di diritto e ciò che sia autoritario, così come nel momento in cui, contravvenendo ad ogni contratto o norma, si sceglie di annunciare il ritiro delle concessioni a una società che al momento ha svolto tutti monitoraggi del caso sulle sue oltre 13.000 opere complesse. Ogni forma giuridica e reale è rimessa in favore del mondo social che, incredibilmente, riesce a superare la piazza virtuale, e quasi a sostituirsi alla realtà stessa.

Nel medesimo spazio social è dove il mondo popolare si è avventato con un’estenuante corsa a rilanciare e condividere ogni forma di considerazione, dichiarazione, video o immagine: Una forma di parossismo del dolore che ha obbligato i più a dire la loro pur non avendo nessun titolo per pronunciar parola. Il web, però, è soprattutto questo: uno spazio in cui la competenza è vista come una forma di stregoneria moderna e assolutamente da condannare premiando un sistema di assurde teorie e conoscenze millantate in base all’esperienza personale, anche e soprattutto nei confronti di ciò che sia scienza e fisica. Così i vaccini, così la forme geosferica della Terra così l’ingegneria civile dei ponti, dove a prevalere solo le ipotesi di un fulmine, della pioggia scrosciante e di un attentato. Le immagini, che hanno il potere di immortalare la realtà per quel che sono, sono plagiate al punto da diventare parte di uno story-telling parallelo che acquisisce maggiore credibilità rispetto a quanto immortalato. Non solo tutto ciò viene alterato favorendo visioni distorte e paranormali, ma vi è la rincorsa anche ai confronti più incredibili, come un acquedotto romano che diventa un ponte e in cui si elogia la sua eterna durata nonostante la classica realizzazione o la messa in dubbio dell’ingegneria stessa.

Se per la politica questa vicenda è stata una questione di visibilità personale e di individuazione di un colpevole affinché non si ricerchino colpe all’interno delle strutture pubbliche che rappresentano, per i “civitas” la vicenda oltre alla medesima ragione di visibilità vi è quella della messa in discussione di un intero mondo scientifico moderno, in cui università, scuole superiori e titoli professionali diventano carta straccia e diventano le ragioni principali dei crolli. Piccolo capitolo a parte, è quello individuato dalla frange movimentiste del M5S e della sinistra radicale in cui si prova a far passare il passaggio che se non si realizzassero le nuove infrastrutture, specie il TAV, in questo caso, ci sarebbero i soldi per manutenzioni e per evitare i morti, anche se i fondi hanno nomi diversi, enti finanziatori diversi, enti esecutori diversi e devono essere tra loro integrati – fondi e infrastrutture – per garantire risultati.

Terzo aspetto, quello dei media tradizionali che più che restituire una cronaca dei fatti, si trovano a inseguire la politica da un lato e il popolo del web dall’altra. Nel primo caso utilizzando le medesime parole, amplificandole e su queste costruire para-racconti, nel secondo caso iniziando a riportare le medesime domande generate sui social nei momenti di informazione nazionale lasciando sospetti degni di “Report” o “Presa Diretta”, insomma, si ritrovano a essere megafoni di entrambi le parti perdendo ogni ruolo di moderatore, ruolo che rimane relegato ai momenti di minore audience tramite approfondimenti e inviti di esperti. Quello in cui riescono, invece, è quello di portare a una completa atarassia rispetto al tema di attualità.

Tutta la vicenda sinora ha visto, quindi, una rincorsa all’ultima parola sulla vicenda, su ogni piano, politico e popolare, cercando esclusivamente il famoso quarto d’ora di popolarità già stigmatizzato dal “Truman Show”.

Infine, un’enorme considerazione andrebbe fatta, invece, sulla reale possibilità di ritirare la concessione pubblica, sulla mancata realizzazione della “Gronda”, del suo blocco da parte dei soliti movimenti locali opportunisti e socialmente pericolosi, spesso capeggiati dal M5S e dalla sinistra radicale, del suo papabile rinvio da parte dell’attuale governo e dei mancati controlli e vigilanza che il Ministero, in ogni caso, dovrebbe fare sugli enti concessionari. C’è l’enorme rischio che non solo SAPI possa effettivamente aver adempiuto regolarmente a ogni assolvimento contrattuale, risultando quindi diffamata da parte del ministero delle infrastrutture, ma anche che dopo l’annuncio del ritiro si debbano pagare penali a SAPI tra i 15,00 e i 20,00 miliardi di euro, quest’ultima in ogni caso sarebbe un’eventualità lontana dalla realtà poiché tra un annuncio e la burocrazia, spesso vince la seconda, fortunatamente.

(Immagine: Mauro Biani, il Manifesto)