Lunedì 19 giugno è stato ucciso il rapper ventenne XXXtentacion in Florida. Il suo vero nome era Jahseh Dwayne Onfroy, si trovava in macchina fuori da un concessionario di moto quando è stato raggiunto da dei colpi di pistola. Al momento il movente sembrerebbe una rapina ma le indagini sono ancora molto confuse.

Il rapper era piuttosto famoso nonostante la sua giovane età e aveva fatto parlare di sé per la sua musica, per le sue idee e anche per alcuni spiacevoli episodi di discriminazione sessuale e di violenza domestica. Era stato infatti arrestato e accusato di aver picchiato e tentato di strangolare la sua fidanzata incinta, il processo però non era ancora finito (e alcune accuse minori erano cadute). Nel video della canzone “Look at me” tra le varie immagini di linciaggi e omicidi di ragazzi di colore (sia episodi reali che no), si mostrava mentre impiccava un bambino bianco per dimostrare quanto la violenza tra razze sia stupida e generi solo altro odio. Per quell’immagine era stato duramente criticato.

Nelle ore successive la sua morte sui social ci sono state le solite diverse reazioni scomposte: dalla creazione di numerose pagine di ricordo che fanno click sulle emozioni, alla condivisione massiva delle sue canzoni anche da parte di chi non l’aveva mai ascoltato prima. Quest’occasione però si è prestata a far emergere con forza la grande polarizzazione in atto tra vari gruppi sociali. Alcune pagine femministe più intransigenti, infatti, hanno accolto la notizia della sua morte con malcelato entusiasmo, proprio per via degli episodi di violenza su una donna. Gli hanno risposto indignati numerosi gruppi della galassia “Black lives matter” accusandole di essere delle razziste e che questo omicidio era sicuramente un omicidio di odio razziale.

Nel frattempo altri gruppi social hanno iniziato a commentare quanto il ragazzo conducesse una vita da “gangsta rapper”, ovvero flirtasse con la criminalità, per ottenere più fama e alla fine abbia avuto quello che si meritava. Siccome non sarebbe una vera “faida social” se non ci fosse almeno una fake news, qualche ora dopo è spuntata la notizia che l’autore dell’omicidio era un uomo bianco dichiaratamente neonazista e facente parte di un noto gruppo di suprematisti bianchi. Non solo, l’uomo sarebbe stato in fuga, armato e deciso a “completare” una lista di nomi che aveva scelto per rivendicare non si bene cosa. Senza nessun approfondimento (e soprattutto senza nemmeno notare come fosse il classico neonazista da cartolina americana, troppo stereotipato per essere vero) la notizia è stata ripresa e condivisa migliaia di volte con tutte le conseguenze del caso. Infatti tutti i gruppi che avevano a qualche titolo “parteggiato” per l’assassino si sono trovati ad essere dalla parte dei neonazi americani e i migliaia di utenti social di colore han fatto partire gogne mediatiche totali.

Finita qua? Ovviamente no. La polizia ha poi rilasciato una dichiarazione ufficiale in cui sosteneva che il killer era accompagnato da una seconda persona, entrambi erano di colore e probabilmente appartenenti ad una banda di strada. I due sono fuggiti a bordo di un Suv. Apriti cielo. Le parti si sono ribaltate e la questione si è trasformata in un guerra d’odio (anche perché sono intervenuti i peggio troll da ambo le parti rendendo una discussione già molto a rischio, un vero pantano di merda social). Il tutto in meno di 5 ore. Inutile rimarcare come della musica e dei testi dell’artista che affrontavano anche temi difficili come solitudine, depressione, rabbia, odio sociale, ecc non si sia più parlato o quasi.

Questa occasione ha mostrato la forza dirompente che possono avere il mix di social, fake news e polarizzazione sociale. La morte di un ragazzo, avvenuta in circostanze e con dinamiche ancora da chiarire, è stata presa ad uso e consumo di una “battaglia” che si combatte sottotraccia, nelle piaghe dei vari social network. Ma ha anche mostrato il limite tecnico che i social hanno: pur con una una maggiore attenzione delle case proprietarie dei social stessi, non c’è stato il tempo per eliminare e moderare tutti i commenti e i vari contenuti pubblicati in 5 ore. Tutto ciò potrebbe essere un buon segnale di avvertimento che le cose stanno velocemente sfuggendo di mano ma, come tutti quelli già passati, finirà nel dimenticatoio molto presto.

Noi di Idealmentre, però, poniamo sempre l’attenzione su queste cose e continueremo a farlo finché ne avremo la forza e la possibilità, pur sapendo che è una battaglia contro i mulini a vento.