1622141_694576370562789_1185984123_nDa dove cominciare? Dai Pink Floyd. Ecco, partiamo da qui.

Ognuno di noi porta nel cuore una canzone che, più di ogni altra, riesce in qualche modo a violare quel cassetto di ricordi che custodiamo gelosamente in un angolo nascosto della memoria. Per me, non c’è nulla di più forte di quel “So, so you think you can tell..”, sulle prime note iniziali di Wish you were here. Devasta ogni logica e mi riporta a una spiaggia desolata, a un falò improvvisato, a otto sconosciuti, tra studenti, educatori, ingegneri, italiani e africani, e al loro cantare stonato che l’oceano stava ad ascoltare, in un silenzio quasi magico. Perché per me, Africa è questo, e anche qualcosa in più.

Sono partita per quello che avrebbe dovuto essere il “viaggio della salvezza”, quando nella mia quotidianità ormai ci stavo strettissima, quando gli stimoli si erano indeboliti e mi ero resa conto che mi mancava qualcosa di forte, che facesse della mia esistenza non un semplice susseguirsi di ore vuote.

A dicembre del 2013, valigia alla mano, chiudo alle mie spalle i problemi, le delusioni e le insoddisfazioni che mi riempivano la testa (alcune non ce l’ho fatta, le ho portate con me, ché non si sa mai..) e sono partita verso un posto sconosciuto, con altrettanti sconosciuti, desiderosa di conoscere me. O per lo meno incontrarmi.

La prima parola con cui un toubab (un bianco, insomma) deve fare i conti qui è crampi allo stomaco: abbandonare le proprie routine, i propri schemi mentali e il proprio modo di vedere il mondo, genera quel mal di pancia incredibile che scioccamente si attribuisce al cibo che non siamo abituati a mangiare. La realtà è che ci fa più male di quel che ammettiamo muoverci nell’insicurezza, spogliarci del tutto e ricominciare. Perché l’Africa ti obbliga a questo, senza mezze misure: se sei arrivato per fare l’occidentale conquistatore, amico, puoi tornare a casa, ma se sei disposto a lasciarti pervadere da quel mondo, a farti prendere per mano, allora accetta qualche lacrima forte, lo stomaco in subbuglio e i nodi alla gola.

Per me, poi, Africa è essenzialmente Adéane, nella regione di Ziguinchor, al sud del Senegal, che ho potuto raggiungere, conoscere e amare grazie all’associazione torinese JAMM Italia-Senegal. Più precisamente, Africa è quella piazza che ben se ne guarda dall’essere asfaltata, con le sue partite di calcio e di rugby, con le capre e le galline che se ne infischiano del gioco e continuano a passeggiare. Africa sono i bambini che ti ascoltano con immensi occhi scuri mentre racconti loro la favola dei tre porcellini. Africa è mangiare riso tutti dallo stesso piatto, è il rito del tè, i tornei di pallavolo Italia-Senegal che perdevo immancabilmente. Africa sono i colori dei vestiti tradizionali. Africa è coltivare la terra, i calli sulle mani, i piedi sempre più sporchi. Africa è la preghiera nella moschea, le canzoni delle donne e il velo sopra la testa. Africa è imparare l’attesa, i pullman super affollati, l’arte del fare le cose con calma. Africa sono le botte degli insegnanti ai bambini che fanno rumore in classe, Africa sono quei maestri che la carezza non la fanno mancare. Africa sono le donne al lavoro, le mamme, le nonne e le bimbe già donne. Africa, per me, sono i ragazzi che ho imparato a conoscere, i fratelli neri che ti telefonano anche ora che in Italia ci sei dovuta tornare, solo per sentire la tua voce, e gli amici bianchi che non avresti creduto di incontrare.

Africa, per me, è tutto questo, e molto altro ancora. E ci sarebbe da raccontare di tutti coloro ai quali dedicherei ogni singola nota di quel Wish you were here, ma Dave Gilmour ha finito di cantare. Meglio chiuderla qua.