Nella giornata di Venerdì, quando si aspettano solo le 18:00 per chiudere la settimana e dimenticarsi della propria esistenza, il Governo annuncia l’abolizione della povertà.

Una dichiarazione dal punto di vista comunicativo empatica con le classi meno agiate, e fortissima sui generis, ma per quanto roboante, difficilmente può collimare con la realtà, poiché la povertà si combatte, ma per ragioni di “massimi sistemi”, ma non si abolisce.

L’annuncio in questione arriva al termine di un lungo e duro confronto con il ministro dell’economia Tria che, con tutta forza, ha sempre cercato di rigettare proposte di questo tipo, per poche, ma ovvie ragioni:

1- La stabilità dei titoli e della finanzia italiana;
2- La posizione italiana in Europa e nel mondo di fronte ai mercati;
3- La precarietà del debito italiano, poiché per via della sua consistente dimensione rischia di trasformarsi in una “bomba ad orologeria”.

Queste in estrema sintesi le ragioni che, tutte, si appellano a ragioni di grandezza nazionale e, ancor più, internazionale.

Il confronto, alla fine, ha portato all’inserimento nel DEF (Documento Economico e Finanziario, documento con cui il governo programma le azioni di spesa, investimento, deficit e gestione dei conti annualmente su base triennale e che, una volta redatto, presenta al Parlamento) dell’impropriamente cosiddetto “reddito di cittadinanza”.

Una proposta il cui singolo costo potrebbe viaggiare tra i dieci e i trenta miliardi di euro e con la quale si dovrebbe garantire un sussidio oltre alla soglia minima di povertà a famiglie e single. Tale sussidio dovrebbe aggirarsi intorno ai 780,00€ per singolo ricevente, con variazione crescente all’aumentare dei componenti della famiglia. Questa proposta è da sempre sostenuta dai cinque stelle, da Giugno, con la firma dell’incostituzionale “contratto di governo” esternamente anche dalla Lega.

Collateralmente a questa proposta, però, sorgono alcuni problemi di varia natura:

– Economico, giacché il bilancio italiano, per quanto sotto controllo e in avanzo da circa un decennio, soffre in spesa per via del consistente debito pubblico che vale il 130,00% del PIL, tra l’altro per la prima volta dal 2010, dopo le politiche degli ultimi sette anni (Dal governo Monti a quello Gentiloni), si è ridotto di circa due punti percentuali. Un debito di circa 2.100 miliardi costituito prettamente da investimenti non strutturali (ossia immobili, opere pubbliche o aziende pubbliche), ma da servizi pubblici (pensioni). Proprio per via di questa ragione, un aumento del rapporto tra deficit e PIL al 2,40% non aiuta al contenimento della spesa pubblica e alla riduzione del debito messa in atto negli ultimi anni.

– Programmatico, sicché un tipo di spesa pluriennale di questo tipo, senza garanzie di copertura (costituzionalmente obbligatorie al momento della deposizione del disegno o proposta di legge) costituirebbe un impegno gravoso per le casse pubbliche che ricadrebbe ovviamente sui futuri lavoratori o i neo lavoratori, i quali, a loro volta, non trarrebbero nessun beneficio non essendo i diretti destinatari, infatti, secondo la proposta concordata, il reddito di cittadinanza riguarderebbe circa cinque milioni di italiani, nella fattispecie i pensionati meno agiati o coloro prossimi alla pensione. De facto, con questa proposta non si propone di costruire un investimento sul futuro che possa rimanere alla comunità (ndr come un’opera pubblica o infrastruttura), quindi una scelta che abbia un buon indice di valore moltiplicatore (semplificando ogni euro investimento quanti euro di ritorno ci sarebbero nell’economia generale), ma creare deficit per una scelta che si limita a fornire un sussidio specifico e limitato volto a mantenere l’attuale grandezza economica nazionale, senza una crescita economica, questo sicché la crescita deriva solo da investimenti in opere o strutture che rimangano e che possano generare guadagni oppure da tagli del debito pubblico. A ciò si dovrebbe aggiungere che per la deposizione di questa proposta, il governo, avrebbe in programma di tagliare alcuni servizi legati al welfare (revisione assegni famigliari, NASPI, spesa sanitaria, sgravi fiscali, istruzione e ricerca le voci in oggetto) scelta che costituirebbe un serio problema nel mantenimento degli attuali standard qualitativi.

– Politico, perché nonostante dicano di aver mantenuto le promesse fatte durante la campagna elettorale di Gennaio, in realtà si troveranno a ricevere una quasi sicura bocciatura da parte della Commissione Europea per la mancanza di coperture, così come un’altra respinta da parte della Corte dei Conti. A livello continentale le ripercussioni sulla credibilità del nostro paese sarebbero consistenti poiché di riflesso danneggerebbero la possibilità di mantenere gli attuali valori di spread e di collocamento dei titoli di stato (la cui vendita è fondamentale per varie ragioni che spaziano dal finanziamento del debito a quello della robustezza delle liquidità dei principali gruppi bancari nazionali) nonché l’immagine internazionale rispetto agli investitori in termini di qualità dei titoli venduti. In questa sovrapposizione tra politica ed economia, ci sarebbe un aspetto prettamente politico, non relativo all’immagine, ma alle scelte, che dimostrerebbero come il governo sia orientato non tanto alla programmazione delle politiche su un piano pluriennale, quanto a scelte mediatiche e istintive che portino a risultati di consenso immediate. Scelta legittima, seppur discutibile per una classe politica che, invece, avrebbe lo scopo di programmare il futuro e non il presente.

– Mediatico, poiché il messaggio “abolita la povertà”, passata in questi giorni per quanto altisonante e magnanimo possa risultare ai più, e per quanto possa essere forte, potrebbe rivelarsi un primo grave errore di strategia eseguito da questo governo, costituendo un possibile boomerang dialettico qualora dovesse conservare i criteri di proposta cui è stato lanciato, ossia rivolto prettamente agli anziani, classe demografica che già beneficia di circa il 70,00% delle risorse di spesa pubblica di questo paese, a danno delle classi elettorali più giovani, principali sostenitori delle forze politiche di questo governo. De facto, l’abolizione della povertà anche ai meno celeri nella capacità di analisi risulta di difficile realizzazione e ancora meno potrebbero risultare vera qualora nessun di loro dovesse trovarsi con 780,00€ in meno a fine mese o con trattenute in busta paga più consistenti per sostenere una sorta di pensione accessoria per gli attuali pensionati. Se così dovesse manifestarsi i rischi per i loro ideatori potrebbero rivelarsi consistenti seppur non letali, generando magari una mini-rivolta tra i giovani elettorali.

Questa proposta, quindi, oltre a mettere in difficoltà la tenuta della precaria economia italiana, senza portarla alla crescita, rischia di creare un ulteriore aggravio per le attuali e future giovani generazioni che dovranno nuovamente accollarsi un ulteriore costo sul proprio impegno e lavoro senza trarne nessun guadagno o beneficio. A fine o inizio mese, quando si riceve il salario o lo stipendio, la lettura della busta paga fa sempre male, poiché la “forbice” tra lordo e netto è sempre maggiore, e francamente, di lavorare per mantenere le pensioni superiori allo stipendio medio del giovane lavoratore medio, senza che tali pensionati abbiano versato abbastanza anni di contributi per permettersi tali lussi, mi sarei “rotto anche il cazzo”, citando lo Stato sociale; perché di fatto quei costi in busta paga servono a mantenere un sistema pensionistico e un welfare completamente sbilanciato in favore degli anziani, specie i pensionati più storici, senza che un solo giovane possa trarne un serio beneficio. Molto è stato fatto per provare a riequilibrare nel prossimo futuro lo stato di fatto, molto dovrà ancora essere fatto, ma conservare questa iniquità generazionale al solo fine di qualche mancia e marchetta elettorale ha davvero un sapore di nefasto e poco rispetto nei confronti di coloro che per almeno quarantanni dovranno vedersi ridotto il netto per chi, nella storia degli ultimi cinquantanni ha fagocitato quasi qualsiasi risorsa pubblica lasciandoci un debito che già, dal primo nostro secondo di vita ci pesa per circa 30.000,00€.

Le colpe, però, non sono solo dei pensionati che da queste ciarlatanerie si sono lasciati abbindolare, così come i giovani elettorali disinteressati alla politica, ma soprattutto, la colpa è della classe politica che in passato ha permesso questo tipo di clientelismo lasciando un vuoto morale enorme e incolmabile dall’attuale sprezzante, dissacrante, amorale, impreparata e insignificante classe politica, forse la colpa più grave della classe politica passata è stata quella di permettere che oggi si annichilisse al punto da diventare “gentista” e senza lungimiranza, senza quest’ultima, vedere oltre la prossima tornata elettorale ed eseguire scelte politiche è impossibile, e senza politica, costruire la rinascita del paese è sostanzialmente impossibile.