C’è una foto che gira sul web e da qualche giorno si è incollata ai miei pensieri. Nell’immagine c’è una donna che indossa il niquab (il velo integrale islamico, per intenderci) seduta in un autobus. Accanto a lei, Gilda Wabbit, nota Drag Queen americana, dai capelli rosso fiamma e una minigonna capogiro. La foto è uno scatto rubato del giovane studente della Guinea, Boubah Barry, il quale ha scritto sul suo profilo Instagram “Questa è l’immagine della libertà. Signor Presidente (scrive riferendosi a Trump, ndr), non abbiamo nessun problema con la diversità e riconosciamo la libertà del credo religioso. E’ scritto nella Costituzione. Credo che dovrebbe leggerla qualche volta”.

Manco a dirlo, in un baleno la foto è arrivata dappertutto, facendo il giro dei social e dei giornali, portando dietro di sé la scia di commenti più o meno favorevoli. Personalmente quella foto mi è rimasta incastrata tra i pensieri per parecchi giorni. Mi ci è voluto un po’ di tempo per capire quali emozioni mi suscitasse. Saranno stati i colori, o perché no i soggetti, completamente diversi e quasi opposti, a non lasciarmi indifferente, ma anzi a costringermi a fissare ancora un po’ quell’immagine per me ancora troppo inusuale. La forza di quello scatto è tutta nella sua naturalezza.

Forse è proprio quello che mi ha lasciata sconvolta: non è una pubblicità provocatoria di un qualche Oliviero Toscani americano, ma un piccolo ritaglio di quotidianità. La capacità di affermare se stessi, in un mondo sempre più chiuso in una qualche identità monotematica, così spaventato dall’idea dell’incontro con il diverso e così deciso ad affermare la supremazia di una cultura inesistente, è oggi la vera rivoluzione. Il coraggio di saper indossare “i propri panni”, scegliendo la propria immagine tra miliardi, con cura, finché non si trovi quella che ci faccia dire con fierezza “sono io!”, quella che racchiuda il nostro credo, le nostre idee, i nostri valori e la nostra sessualità, dev’essere pilastro centrale del nostro tempo.

Solo nell’esatto momento in cui saremo in grado di viverci serenamente nella nostra unicità, riusciremo a tollerare quella dell’altro. Per un’America che alza muri e si spaventa, ce n’è un’altra che non si scompone per un volto coperto o per un uomo in tacchi e minigonna. Per un mondo che grida alle barriere, alla differenziazione tra un ipotetico giusto e sbagliato, buono e cattivo, ce ne sarà sempre un altro che avrà imparato a non curarsene più, riconoscendo l’estrema uguaglianza nella più completa diversità. Sarà il tempo a dirci chi avrà avuto ragione. Io, nel frattempo, mi unisco alle parole di Boubah: questa è l’immagine della libertà.