È di questi giorni la notizia che l’Italia è ufficialmente in recessione. Dopo mesi di “forse”, “vediamo come vanno le cose”, “lasciamoli lavorare” etc, la disoccupazione italiana è di nuovo in salita, le stime sulla crescita del Pil sono già state riviste ed in generale si percepisce una situazione di stallo, di non-crescita che affligge tutta la nazione, da nord a sud.

Bella scoperta, direte voi. Sono anni che si parla della crisi economica italiana, non abbiamo bisogno dell’ennesimo articolo che racconti che l’Italia sta male. E invece sì, c’è proprio bisogno che se ne parli, perché la ridondanza di notizie come queste genera assuefazione: ma del problema lavorativo è vietato assuefarsi.

Soprattutto la classe politica, sia quella al governo che quella all’opposizione, sembra che ormai si sia rassegnata ad una situazione del genere, ad un’Italia sempre più divisa economicamente: d’altronde, dividi et impera, no? Inoltre, sarà anche un luogo comune ma è innegabile che parlamentari e senatori sono anni luce lontani dal dramma della disoccupazione e quindi non vedono che il vero problema di non avere lavoro non è non avere un lavoro, ma l’isolamento socioeconomico che ciò genera.

Che paroloni! Cosa vuol dire? Vuol dire che un disoccupato perde l’accesso a determinati servizi. Prima si eliminano le cose frivole (che comunque sono le cose che rendono sopportabile la routine quotidiana) e poi si passa a quelle fondamentali: la salute, perché non si hanno più le capacità economiche per accedere a visite specialistiche o permettersi cure mediche, la casa e talvolta si arriva persino a perdere la famiglia. In una situazione del genere si entra nel vortice della depressione o anche solo del cinismo e della disillusione, vortice da cui non si esce perché non ci si può permettere uno psicologo. Insomma, l’essere disoccupato può portare ad isolamento sociale e squilibrio mentale, con tutte le variabili del caso (non tutti i disoccupati sono depressi, non tutti i depressi sono disoccupati etc).

Pensate stia esagerando? È sempre di questi giorni la notizia che si è costituito l’assassino di Stefano Leo, il ragazzo torinese ucciso una mattina ai Murazzi poco più di un mese fa. L’omicida è un ragazzo di 27 anni e dalle notizie che emergono è il classico disperato/sfigato. Perde il lavoro un paio di anni fa e di conseguenza perde la casa. La compagna lo lascia e porta via con sé il loro figlio. Il ragazzo bivacca tra dormitori e case di amici, in cerca di un lavoro che non troverà mai, perché questo ragazzo, pur cittadino italiano, è di origini marocchine, e di ‘sti tempi in Italia non trovi un lavoro normale se sei visivamente straniero.

Il ragazzo è così disperato che arriva persino ad uccidere la prima persona che passa, perché “era felice”, e lui non ne poteva più di vedere persone felici e non poter ricevere una opportunità. Specifico subito che con questa cronistoria non voglio assolutamente giustificare il gesto estremo, ha commesso un crimine (almeno così pare emergere dalle ultime notizie) e deve assumersene le conseguenze. Ma se invece di rivolgere la sua rabbia su altri la avesse rivolta su sé stesso sarebbe stato l’ennesimo caso di suicidio di un disperato.

Queste storie sotterranee devono essere conosciute, inquadrate nel contesto sociale ed evitate. Bisogna smettere di sottovalutare il problema economico italiano perché può portare a conseguenze molto più gravi della semplice decrescita.