L’indignazione corre veloce sui social e lo sappiamo. Nelle scorse ore un fatto “gravissimo” ha scosso il mondo dei benpensanti, degli intellettualoidi, dei professoroni e delle persone per bene. Un’installazione artistica – all’interno delle “Luci d’Artista” di Torino – è stata presa a sassate. L’opera di Vanessa Safavi era stata messa in un quartiere periferico di Torino ed è durata poco; nottetempo i vandali han dato il loro giudizio “severo ma giusto” sull’opera a neon distruggendola.
Il fatto di per sè è brutto ma quello che è successo dopo è peggio.
L’intellighenzia della cultura di Torino ha espresso il suo sdegno in maniera molto forte (e molto snob) e questo è normale. Però poi il tutto è degenerato in una “lotta di classe” social tra la gente per bene del centro città e gli sporchi e cattivi delle zone di periferia. Non voglio fare la disanima di chi ha detto cosa, persone più capaci di me l’han già fatto, e nemmeno voglio giustificare i vandali o sottolineare le responsabilità della politica che in campagna elettorale aizza gli abitanti di certe zone, salvo poi piangere che “non si possono avere mai cose belle”. Come al solito mi preme riflettere su una cosa.
La cultura, l’evento, il concerto, la mostra o quel che si vuole una volta era vissuta per quel che era, per stare bene per qualche ora, godere degli attori, musicisti, opere d’arte,ecc. Oggi invece è molto spesso un modo per mostrarsi al mondo, davanti ad un quadro a favore di Instagram o facendo presente a tutti i propri contatti di Facebook che si è in tal posto per la tal occasione (bisognerebbe aprire una parentesi su tutti quelli che si geolocalizzano nei vari posti senza esserci realmente). Un happening in centro, un brunch al sushibar, un film cecoslovacco nel pomeriggio, una scappata a comprar dei libri che non verranno nemmeno sfogliati e poi tutti a cena dal Didi nella sua villa. Non una roba pacchiana, ha delle bellissime riproduzioni di Manet (che poi è Monet) spolverate giornalmente dai camerieri filippini.
Per farla breve, la cultura e tutto quello che si porta appresso diventa uno status symbol della propria agiatezza (o presunta tale), della propria superiorità culturale e morale su tutti gli altri. Allo stesso modo di chi ostenta il proprio macchinone, la cena nel ristorante esclusivo a base di tartufo, l’attico in centro,ecc. Si è fatto delle mostre una sorta di orologio (per i piemontesi sottolineo il gioco di parole) di prestigio. Si scrive “cultura” ma si legge “grazie ai miei genitori sono ricco e voi queste cose non potete permettervele ne capirle”.
Quando si vuol volare in alto e fare il dito medio sugli stronzi che camminano in basso, capita che arrivi qualche sasso. Non è giusto, non è bello ma succede. E tra le due parti per me la colpa è uguale.
Si dovrebbe tornare a mostrare la cultura per quello che è, per il piacere che può dare e soprattutto far capire che la cultura è di tutti, senza distinzione tra conti in banca e titoli di studio. Credetemi, in questo weekend di mostre ed eventi, c’era pure il mio cane.