Probabilmente avrete visto anche voi “La casa di Carta”. Se non l’avete vista ne avete sentito parlare. Se non ne avete sentito parlare, navigando sul web, vi sarete sicuramente imbattuti in immagini di tizi mascherati da Dalì.
In un modo o nell’altro non si parla d’altro in questo periodo, perché “La casa de Papel”, la serie tv spagnola acquistata e trasmessa in tutto il mondo da Netflix, è diventata un cult.

La storia è quella di 8 rapinatori che, guidati da una mente esterna, fanno irruzione alla Zecca di Stato con l’idea di compiere la più grande rapina di sempre. Un piano perfetto, dove ogni singola mossa degli ostaggi e della polizia era stata prevista. Una perfetta partita a scacchi studiata in ogni sua mossa. Tecnicamente di altissimo livello, specialmente se pensiamo che in Spagna le produzioni non hanno i budget delle emittenti televisive statuintensi, “La Casa di Carta” alterna momenti di alta televisione con passaggi al limite con il trash.

Ci sono delle chicche, come la presenza ossessiva di “Oh bella ciao” che, per quanto il suo utilizzo in determinati contesti abbia fatto discutere, è un elemento più che giustificato all’interno della storia. Ma a reggere è soprattutto la motivazione della rapina (rivelata realmente solo nell’ultimo episodio) che pur non essendo originalissima riesce comunque a mantenere in piedi egregiamente tutta la baracca.

L’idea c’è, il messaggio è forte e per gli appassionati dell’aspetto tecnico è sicuramente una goduria. Peccato che ci siano dei momenti veramente scadenti, e non mi riferisco all’esagerazione di alcune scene (se cercassi qualcosa di realistico mi guarderei un documentario), ma ad alcuni passaggi, come le troppe e ridicole love stories che annacquano con momenti da Beautiful un bel prodotto d’azione. Le storyline più interessanti sono indubbiamente quelle di Berlino e del Professore, la mente del gruppo, colui che ha previsto tutto, o quasi. Esattamente come il pubblico, che ha già visto tutto, o quasi.

Perché la casa di carta non propone nulla di nuovo all’interno del panorama cinematografico e televisivo. Barricarsi dentro il luogo della rapina, confondersi con gli ostaggi vestendosi nello stesso modo, negoziare con la polizia e fingere esecuzioni sono cose già viste. Non so se Inside Man di Spike Lee e tutti gli altri film sulle rapine vi suggeriscono qualcosa. Nella messa in scena, nello stile, nel ritmo e nel susseguirsi degli eventi, invece, la somiglianza con Prison Break, serie andata in onda 13 anni fa è alquanto clamorosa.
Il termine che ho sentito maggiormente associare a La Casa di Carta è stato“capolavoro”. Non è così. La casa di Carta non è assolutamente un capolavoro. É un gran bell’intrattenimento, come poteva essere 24 o appunto Prison Break, ma il capolavoro è decisamente un’altra cosa. E non perché non sia godibile, ma perché è un’accozzaglia non sempre perfetta di elementi già visti, rivisti, e stravisti.
Potrebbe considerarla un capolavoro chi non ha mai visto nulla e muove i primi passi all’interno del mondo cinematografico-televisivo, ma da un punto di vista puramente oggettivo “La Casa de Papel” è un prodotto più datato che rivoluzionario.

Tuttavia non sta scritto da nessuna parte che un film o un prodotto televisivo debbano essere necessariamente dei capolavori. Anzi, il puro intrattenimento ogni tanto ci sta.
Quindi, preso atto di tutti i limiti presenti nella produzione spagnola non dimentichiamoci che a livello di trama ci sono senza dubbio alcuni punti di forza. Uno in particolare: i personaggi (non tutti).
C’è un po’ di tutto: dal ragazzino che non ha capito la portata di quello che sta facendo, alla testa calda che si fa prendere dal panico, fino al sadico del gruppo che tuttavia riesce a mantenere la sua integrità senza cadere nello stereotipo del pazzo schizofrenico. Sono sconosciuti che si ritrovano insieme, finendo per completarsi l’uno con l’altro. Hanno un filo comune che non è quello di diventare ricchi, ma quello di riscattarsi. C’è chi cerca un riscatto nell’amore, chi verso un figlio perduto, chi verso un padre ritrovato, chi verso un destino ingiusto, chi verso un fratello. Ed è proprio la famiglia il fulcro della serie, quella famiglia che si distrugge e si ricompone, fatta di violenze, tradimenti e affetti. La famiglia che ti regala una porta immaginaria da cui scappare, e che poi finisce per toglierti la libertà. La famiglia della violenza domestica, quella che cerca di metterti la verità sotto gli occhi e che tu respingi, quella dell’adulterio, quella della responsabilità per il futuro. La famiglia è quella che viene distrutta di continuo.
Ma una volta persa, non è detto che la famiglia non possa essere ritrovata, magari in altri posti e in altri contesti, in luoghi impensabili e con persone inimmaginabili. Perché se si viene abbandonati non è detto che non si possa essere salvati. Ci si può salvare, ma occorre “resistere”.