In queste ore si sta diffondendo un’immagine cosiddetta satirica eseguita da Nantangelo, vignettista de Il Fatto Quotidiano sul ministro Maria Elena Boschi. Ora potrei facilmente mettervela a fondo di questo post contribuendo alla sua diffusione, ma ritengo che se ve la cerchiate da voi sia meglio, visto che non mi sento affatto di contribuire alla sua diffusione.

È una vignetta che mette in evidenza due principali fatti:
– Il primo è quello che alle donne serva principalmente l’aspetto fisico dandone sfoggio, nel suo complesso, per poter sopravvivere nel mondo politico e pubblico, quindi, implicitamente che debbano ricorre al sesso ed essere appaganti verso un mondo maschile per l’autodeterminazione e l’affermazione di sé stesse personalmente e professionalmente, insomma, un’immagine delle donne in netta chiave sessista;
– Il secondo, invece, riguarda la sottile linea rossa tra satira, libertà di espressione, deontologia professionale e morale pubblica, un sottile confine che talvolta si considera superato in favore di un clima di censura o di oltraggio e talvolta no.

Se nel primo caso il senso dato dall’autore, nella sua visione – che comunque tende a rispecchiare il suo pubblico di riferimento – è chiaro e netto, ossia un’immagine puramente sessista della donna; nel secondo caso definire le sfumature di quel complicato rapporto non è così facile, visti, in particolare, gli ultimi episodi in cui ciò che non fu coerente per una massificata cultura occidentale non fu considerato oltraggioso, invero, fu considerato altrettanto ciò che riguardò in prima persona il nostro mondo, dal caso delle vignette di Charlie Hebdo sui terremotati italiani a quelle sui morti europei per terrorismo.

In tutto questo una grande influenza la esercitano le logiche da social, logiche che tendono a creare masse istantanee attorno a singoli fatti nella rincorsa alla compiacenza e all’auto-compiacenza che genera quel bisogno di accumulare generalmente visibilità. In questa rincorsa, quindi, ciò che si perde è il senso del lessico, nello specifico di alcune forme retoriche, come la satira, che assumono definizioni sempre più liquide e individuali – esattamente come la società – rispetto al significato storico delle stesse.

La satira nasce come rappresentazione iconica di comportamenti sociali ponendoli all’interno di una dialettica critica, nasce con lo scopo di elevare una società verso un’autocritica, e non un’auto-celebrazione, e su questa creare le condizioni per una correzione del comportamento. La satira, insomma, nasce per correggere. In questo senso, quando lo strumento non raggiunge il suo scopo può creare danno alla libertà di espressione stessa, ma ciò, non significa che non possa incorrere nelle responsabilità giuridica determinata dalla stessa libertà.

Ecco, in questa famosa vignetta che sta impazzendo sulle principali bacheche di “personaggi in cerca di autore”, o meglio di visibilità, da quella politica a quella elettorale passando per piccoli social-addicted che ricercano il favore dei canali o delle personalità mainstream nei singoli campi, non vi è nulla di correttivo, pertanto definirla “satira” risulta sostanzialmente impossibile: Rimane un vile attacco a un’intera comunità e alla libertà stessa e uno dei tanti modi per “far parlare di sé”.