La notizia è di quelle gustose: nel 2018 in Cina quasi 23 milioni di persone non hanno potuto comprare biglietti aerei o per i treni. Non per la mancanza di soldi ma per la mancanza di “reputazione social”.

Detta così sembra distopia pura ma bisogna spiegare bene di cosa si tratta. Dal 2014 in Cina si sta sperimentando un sistema di “credito sociale” che prevede dei punteggi negativi in caso si compiano reati o comportamenti scorretti. Nel 2018 la sperimentazione è stata estesa ad aree maggiori e dal 2020 varrà a livello nazionale. I primi risultati, come confermato anche da Associated Press, non hanno tardato ad arrivare. L’anno scorso ben 17,5 milioni di persone si sono visti negare la possibilità di acquistare un biglietto aereo, 5,5 milioni di persone non hanno potuto comprare un biglietto del treno ad alta velocità e 128 persone non hanno potuto lasciare la Cina con nessun mezzo. Tutte queste persone hanno visto le proprie libertà limitate a causa di piccole o grandi infrazioni della legge: dall’evasione fiscale al pagamento molto in ritardo delle multe, da comportamenti scorretti sanzionati nel mondo reale – non avere il cane al guinzaglio o sedersi volutamente al posto sbagliato sui mezzi pubblici – fino a quelli nel mondo virtuale di internet. Anche scrivere o riportare fake news, insultare altre persone o il governo viene considerato e partecipa al valore del punteggio sociale.

Questo sistema è stato voluto dal governo cinese per aumentare il controllo sugli abitanti e restringere alcune libertà individuali anche se, ufficialmente, si tratta di un metodo per regolare e fare da deterrente verso tutte quelle persone e compagnie che ogni anno si macchiano di diversi reati, specialmente economici. L’idea alla base è che una volta perso il credito e la fiducia verso la società tu sia costretto ad affrontare diverse limitazione in tutti gli aspetti della tua vita. Nei prossimi mesi e anni, il sistema di “punteggi e penitenze” dovrebbe inasprirsi ulteriormente andando a toccare ogni aspetto della vita delle persone, soprattutto per quello che riguarderà le possibili punizioni. Si parla di limitazioni non solo sui viaggi ma anche sulla spesa alimentare e delle tecnologie.

C’è da dire che, freddi dati alla mano, il sistema è sembrato funzionare: si è calcolato che circa 3,5 milioni di persone si siano autodenunciati e abbiano sistemato le loro diatribe con il fisco cinese. Solo 37 persone tra di loro hanno versato qualcosa come 22 milioni di dollari in imposte non pagate regolarmente. Anche sui social network e in internet le cose sono sensibilmente migliorate e le discussioni tra utenti sono, stranamente, molto più concilianti.

Il rovescio della medaglia è che sono anche diminuite le già pochissime voci contrarie al regime comunista. Gli osservatori umanitari ed esponenti dei diritti civili presenti nel Paese, raccontano di come questo sistema si presti anche, e soprattutto, ad un maggior controllo delle vite dei residenti. Inoltre per tutte le minoranze etniche e religiose, questo sta diventando realmente un controllo in salsa orwelliana: molti cinesi musulmani e di altre minoranze sono stati obbligati a registrarsi con campioni di sangue per la creazione di un database genetico che servirà a capire chi discende da chi. E sappiamo bene che la Cina quando si parla di minoranze etniche e religiose non ci va mai coi guanti di velluto: tra campi di concentramento, segregazioni e quant’altro, tutte queste persone rischiano di vedere i loro diritti ancora più limitati.

La notizia è stata riportata innumerevoli volte e in praticamente tutte è stato fatto il paragone con la puntata “Nosedive” della serie tv Black Mirror (ma c’è anche una bellissima puntata, “Majority Rule”, di The Orville a riguardo). Un paragone un po’ a sproposito perché mentre la serie tv è necessariamente estrema, il metodo cinese è brutalmente reale e realistico. In Cina la reputazione viene calcolata tramite atti e gesti molto banali, direttamente dal governo più che dalle altre persone. Il modello cinese è facilmente esportabile, al contrario delle varie soluzioni televisive.

Anzi, a ben pensarci la reputazione social esiste già anche in occidente: i nostri profili social (Facebook in primis) sono spesso visionati dai datori di lavoro e dai selezionatori delle varie agenzie per il lavoro e quello che scriviamo o pubblichiamo a volte ha un impatto nella scelta finale. Pensiamo poi agli influencer che, di fatto, basano il loro lavoro e la loro vita esattamente sull’avere una reputazione alta in modo che le persone che li seguano per avere dei “consigli” vedano sempre i loro post tra quelli più in evidenza.

Così come non bisogna pensare che le persone che ci leggono sui vari social, implicitamente non ci diano un giudizio o un voto. Certo non appare da qualche parte, ma è nella loro testa, nella loro percezione di noi. Così com’è nella nostra percezione di quelli che leggiamo e che dicono che la Terra è piatta, gli immigrati vanno fatti affondare, ecc. Quante persone così noi poi decidiamo di evitare? Se poteste, gli dareste un lavoro? Anche in questo caso la Cina è vicina.