Kobe_Bryant_smiling_on_the_bench_USA_vs_GBR_2012Quando mi è stato chiesto di un articolo sull’addio al basket di Kobe Bryant ammetto di essere stato in enorme difficoltà. Come fare a non essere banali dopo tutto quello che è stato già detto e scritto? Come provare a trasmettere certe sensazioni ed emozioni senza scadere nel banale? Nonostante tutto, ho accettato la sfida. Ma mai avrei potuto farcela da solo: ed ecco che come valorosi eroi si palesano i Talkerz fans, un gruppo di persone che respirano la NBA e la Pallacanestro ogni giorno.

1 – Se dovessi pensare a quello che mi lascia Kobe non posso pensare ad altro se non ad un senso di impotenza. Sono quasi un debitore verso di lui, oltre che un malcapitato protagonista di un amore che ha quasi del platonico.

Ah, un’altra sensazione. Un’altra sensazione è l’invidia.Sì, invidia. Invidia per tutti voi che avete potuto godervi Kobe nello splendore dei suoi migliori anni, che avete potuto assaporare l’hype che cresceva attorno al figlio di Jellybean, che avete guardato curiosi i primi filmati che arrivavano da Lower Merion, che avete preso per pazzo Jerry West.

Voi che l’avete etichettato come un solista, criticato fino alla morte, paragonato a Michael Jordan senza rispetto alcuno per entrambi. E poi i primi titoli, gli 81 punti, l’isola solitaria del Garden, fino al lento declino dei Lakers per arrivare ai giorni d’oggi, a questo malinconico e struggente Farewell Tour.

Ho una colpa grave che non so se mai mi perdonerò: è quella di aver avuto la possibilità di vivere una delle più grandi personalità della storia dello sport e non averne goduto abbastanza. È come quando perdi un treno che dovevi prendere ma, preso da altre cose, arrivi in ritardo alla stazione. Così torni a casa ed aspetti la prossima occasione. Né una fermata, né un arrivo. Il treno non passerà più, mai più, e stanotte, Kobe, cercherò di sdebitarmi: ignorerò completamente Salt Lake City ed avrò occhi solo per te. Per avere anch’io la mia dose di magia che, da solo, mi sono negato in tutti questi anni.

Grazie ed a presto, Black Mamba.

(di Luca Zambrella)
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2- April 12, 2013: Lakers vs. Warriors. Questa è l’ultima partita del Bryant che ricordo io.

Il resto è stato un lento trascinarsi e procrastinare l’inevitabile, provando a far vedere che poteva tornare. Poteva allungarsi la carriera se decideva di non far l’iron man in quella stagione balorda con Howard, poteva salvar quel che gli restava del fisico e tentar di costruire qualcosa e magari un ultimo assalto con lui da veterano.

Ma sinceramente, questo è il Kobe visto per tutta la sua carriera? No, è rimasto fedele a sè stesso fino alla fine.

Va apprezzato o disprezzato per questo? Ai posteri l’ardua sentenza. Anche se io continuerò a pensare che sia stata una scelta dettata dal carattere, e che carattere.

L’addio vero per me è stato 3 anni fa: adesso c’è l’addio spirituale e il lascito della sua eredità, che ricalca fino in fondo la sua figura di riferimento, un certo MJ.

(Di Emanuele Gonzo)

 

3 – È l’ossessione nel voler primeggiare che ha reso Kobe grande. I motivi per cui alcuni lo odiano solo gli stessi per cui molti lo amano.

La sua personale sfida con MJ lo hanno reso quell’animale sportivo che è. Ed è sempre colpa della sua ossessione se si è distrutto alla ricerca del sesto titolo (come mj) e ha deciso di ritirarsi solo dopo aver superato appunto il 23 nei punti segnati.

(Di Riccardo Solazzi)

 

4 – La grandezza di Kobe è nata da una massima del suo mentore, Michael Jeffrey Jordan: “Limits, like fears, are often an illusion”.

Così l’abbiamo visto tirare con la sinistra (tanto bene quanto l’altra mano) quando la destra era fuori uso, l’abbiamo visto tirare i liberi da scavigliato contro Golden State è fare 2/2 con il coro MVP MVP MVP MVP in sottofondo, l’abbiamo visto nascere, crescere, primeggiare, cadere, rialzarsi ma sempre nello stesso posto.

Nel Kobe Day, dopo il Kobe Day, prima del Kobe Day, il motto è sempre quello: Be Greatness.

(Di Davide Quadrelli)

Lakers at Wizards 12/3/14

Lakers at Wizards 12/3/14

 

5 – Questa non e’ l’ultima partita di Kobe, sia ben chiaro.

Per chi lo ha visto crescere, per chi lo ha visto divorare gli avversari, per chi lo ha visto sfrecciare come una pallina impazzita tra le gli estremi opposti di carriera cestistica e vita privata, questa partita non puo’ esserlo.

In tempi non sospetti Kobe lo aveva detto: finire una carriera facendo meno di 20 punti a partita non era cosa per lui. Con 16.9 punti di media a partita, una percentuale di tiro del 35% dal campo, e tutte le statistiche avanzate che lo classificano come giocatore sotto la media del panorama cestistico d’oltreoceano siamo andati ben oltre il limite che il Mamba si era autoimposto come non tollerabile.

Per il bene del gioco, ma soprattutto del vero Kobe, preferisco ricordarlo per com’era nella sua vera ultima partita NBA dal campo, quella con i Golden State Warriors in cui si ruppe il tendine d’Achille dopo una striscia di 7 partite di pura onnipotenza in cui Bryant aveva fatto registrare medie di 28.9 punti, 8.4 rimbalzi, 7.3 rimbalzi, 2.1 rubate ed un blocco in 45.6 impensabili (appena 4 anni dopo) minuti di gioco a partita. In quell’occasione diede il suo vero commiato al gioco, trascendendo molto Bryantianamente i limiti umani per onorare la maglia ed i tifosi gialloviola fino allo strappo definitivo. Ci ha lasciato uno dei 10 giocatori piu’ forti della storia del gioco, ed il piu’ polarizzante della sua generazione.

In questo giorno in cui tutti sembrano essergli amici, vorrei ricordarlo con una delle sue frasi piu’ emblematiche “friends come and go, banners hang forever”, gli amici vanno e vengono, i titoli restano per sempre.

Grazie Kobe.

(Di Simone Rosini)