La prima volta che ho visto Kevin Spacey sul grande schermo fu in “Seven” quando vestì i panni dello spietato serial killer antagonista o forse quando interpretò Kaiser Soze ne “I Soliti Sospetti”. Non ricordo, in ogni caso lo conobbi guardando una delle sue performance più strabilianti.
Poi nel 2013 Netflix presentò “House of Cards”, la prima serie i cui episodi vennero rilasciati in blocco per il binge watching, la prima produzione televisiva che vedeva protagonisti due attori e un regista cinematografici.
Se oggi la serialità televisiva ha un livello di qualità molto alto il merito va anche a “House of Cards” e al fatto che Kevin Spacey ne fosse il protagonista.
Capirete dunque che leggere sui giornali questa mattina che Netflix ha deciso di licenziare Spacey e terminare House of Cards senza Frank Underwood, per ogni appassionato di cinema è un grande colpo al cuore. Anche perché ciò implica che, molto probabilmente, non vedremo mai più un film con Kevin Spacey.

Questo scandalo che sta investendo Hollywood e l’industria cinematografica mi lascia molto perplesso e da fan ovviamente mi addolora.
Non mi sorprende, perché le violenze purtroppo avvengono in tutti i settori lavorativi e non vedo perché il cinema debba esserne escluso. Anzi, se ci ricordiamo bene su grandi autori come Roman Polanski e Woody Allen vi sono ancora delle pesantissime accuse di stupro che, per loro fortuna, vennero fuori in un’epoca nella quale internet non esisteva e di conseguenza la gogna mediatica mondiale non aveva l’influenza che invece ha adesso.

Da amante della settima arte, da fan di Kevin Spacey e da semplice uomo non so cosa pensare.
Personalmente credo, come hanno già detto altri qui su IdealMentre, che una persona debba essere condannata solo ed esclusivamente da un’aula di tribunale e non da giornali o social network. Perché altrimenti distruggere un essere umano diventa un atto troppo semplice.
Qualche anno fa uscì un bellissimo film danese, diretto da Thomas Vinterberg dal titolo “Il sospetto” (La Caccia, in originale).
In quella pellicola Vinterberg mostrava quanto possa essere facile rovinare la vita di una persona: una volta che il sospetto viene innestato non può più essere estirpato. Anche nel caso in cui l’innocenza venga dimostrata, se una persona è stata accusata rimarrà colpevole per tutta la vita.
Per questo motivo sono rimasto molto scettico verso #MeToo la campagna social iniziata da Alyssa Milano con il nobilissimo scopo di denunciare le violenze sessuali. Il mio scetticismo è nato quando moltissime donne che ho amiche su Facebook hanno aderito alla campagna denunciando “mostruosi” atteggiamenti di alcuni ragazzi nei loro confronti, come per esempio l’essersi girati a guardarle mentre erano intente a prendere il sole in spiaggia. Accusare con leggerezza una persona di molestie è un atto gravissimo e soprattutto poco rispettoso verso quelle persone che uno stupro lo hanno subito sul serio.

Ma tornando a noi, dalle news di questa mattina è chiaro che Kevin Spacey non reciterà più in nessun film, che la sua carriera è praticamente finita e soprattutto la sua vita è ormai rovinata.

Dal momento che Kevin Spacey è una di quelle persone a cui ho voluto bene (artisticamente parlando) una parte di me si augura che il protagonista di “American Beauty” sia veramente colpevole, che abbia davvero compiuto le molestie per le quali è sotto accusa e che venga condannato da un tribunale.
Mi piange il cuore, ma spero davvero che sia così.
Perché diversamente vorrebbe dire che stiamo rovinando la vita di un essere umano e compiendo un atto talmente atroce quando quello per cui è