israel-palestineVi propongo un gioco. Aprite un quotidiano nazionale a scelta e cercate notizie sulla Polonia, l’Indonesia, la Spagna o il Brasile. A meno che il giorno avanti non sia capitato qualcosa di davvero eclatante, su quei Paesi non troverete una riga. Ora fate lo stesso con Israele e territori palestinesi. Magicamente, vedrete un fiorire di articoli.

Devo confessarvi un mezzo segreto: personalmente mi va di lusso che sia così, perché il mio lavoro ha proprio a che fare con l’informazione su Israele e il Medio Oriente. Però la domanda sul perché sia concesso tanto spazio al conflitto israelo-palestinese me la sono fatta un sacco di volte.

Qualcuno potrebbe provare a spiegarlo opinando che gli ebrei sono da molti ritenuti interessanti e che Israele è l’unico stato a maggioranza ebraica del pianeta, o che Gerusalemme e dintorni sono luoghi storicamente e culturalmente significativi non solo per l’ebraismo, ma anche per il cristianesimo e, in misura minore, per l’islam. Oppure che Israele interessa perché, pur essendo un prodotto della decolonizzazione come decine di altri Stati tra Africa e Asia, a differenza di quasi tutti i suoi coetanei e di tutti i suoi vicini arabi è una democrazia. Tutto giusto, ma come spiegazioni non sembrano un granché.

Israele potrebbe allora soggiacere all’occhio mai stanco dei media perché in quel fazzoletto di terra più piccolo del Piemonte abbondano giacimenti naturali di preziosi combustibili fossili e metalli pregiati, oppure fertilissimi campi per l’agricoltura? Per niente. In Israele non c’è una goccia di petrolio, e la scoperta di riserve cospicue di gas naturale è avvenuta soltanto in anni molto recenti; sulla metà del territorio si stende un deserto e su un’altra buona fetta la tecnologia agricola ha compiuto miracoli per produrre qualche pompelmo o avocado.P1020038

Forse, però, si tratta di un luogo strategico per traffici e scambi? Zero anche qui. L’oro del Medio Oriente, è cosa nota, è quello nero, ma il petrolio passa quasi tutto per lo stretto di Hormuz, che chiude il Golfo Persico tra Iran ed Emirati Arabi, e per il canale di Suez in Egitto. Entrambi lontani da Israele.

Accidenti, che stupidi a non averci pensato prima. Forse Israele è costantemente sotto i riflettori perché è il teatro del conflitto israelo-palestinese, uno dei più lunghi e sanguinosi del nostro tempo? Peggio che andar di notte. Contando tutte le vittime di tutte le guerre, pogrom antisemiti, terrorismo e altro dal 1950 a oggi, si arriva a 51.000. Di queste, tra l’altro, la maggioranza è costituita dai soldati dei Paesi arabi e di Israele caduti nei numerosi scontri tra eserciti che si sono svolti fino al 1973. Niente palestinesi, dunque.

Ma c’è di più, anzi di meno. Il conflitto israelo-arabo-palestinese si piazza, negli ultimi 65 anni, al 49° posto mondiale per numero di vittime. Quarantanovesimo. Sono numerosi i conflitti e i massacri che hanno coinvolto un numero enormemente più grande di persone nei Paesi arabi circostanti, ma queste vicende non sono mai state ritenute molto interessanti. E non lo sono neanche oggi: basti pensare alla Siria, dove negli ultimi quattro anni sono state uccise almeno 220.000 persone.

Riassumiamo. Il conflitto israelo-palestinese, pur essendo drammatico, è di scarsa rilevanza geopolitica, di scarsissima rilevanza strategica, economica e militare e ha causato un numero di morti minimo rispetto a un sacco di altri teatri di guerra. Sembra proprio misterioso, il motivo di tanto interesse.

Per uscire dall’impasse, proviamo allora a cambiare la domanda: chi trae vantaggio dal fatto che il conflitto israelo-palestinese sia percepito, diversamente dalla realtà, come uno dei focus fondamentali della geopolitica mondiale?

DSCN8269Qui sembra più semplice rispondere: i Paesi arabi e la leadership palestinese, che hanno così a disposizione uno sfogo per la rabbia di popoli frustrati da decenni di governi corrotti e governanti che si spartiscono in famiglia le sterminate ricchezze del sottosuolo. Come nel tardo Ottocento gli zar favorivano i pogrom antiebraici, ritenendoli a ragione valvole di sfogo delle tensioni che animavano il popolino, così accade oggi nell’universo arabo e islamico contro Israele.

Si tratta di un conflitto di per sé regionale, trasformato in colossale conflitto ideologico dai Paesi arabi e dai capi palestinesi, che ambiscono a conservare potere e privilegi, ricchi conti in Svizzera e ville lussuose sul lungomare di Gaza. Sono convinto che una simile irrealistica sopravvalutazione della portata del conflitto reale sia uno dei motivi per cui questo è tanto difficile da risolvere. A farne le spese, non solo gli israeliani, ma anche quei palestinesi che non sostengono il terrorismo.