imagesSi è chiusa lunedì la decima edizione dell’Isola dei Famosi, la prima sulle reti Mediaset. Come al solito si sono spese tantissime parole in merito alla poca credibilità dell’abbandono dei presunti naufraghi sull’isola honduregna, che, a detta dei teleutenti, evidentemente tutti esperti di sopravvivenza sulle isole deserte, non avrebbero saputo resistere a lungo, in quello stato primordiale. E soprattutto, sicuramente esisteva un qualche hotel dove i concorrenti potessero riposare, una volta terminate le sapienti riprese. Sarà, ma non è questo che importa.

Ciò che importa è l’acume insospettabile con cui il programma è stato pensato. Gli autori hanno saputo limare con armonia un contesto davvero complesso, quello del reality, dandogli profondità d’azione e trame avvincenti, ammantando il tutto con una sfera di mitologia abbastanza evidente. Coesistono, all’interno del format, una stabilizzazione culturale e sociale che permetta a tutti di comprendere gli intrighi (banali e quotidiani, come la mancanza di cibo e l’odio reciproco tra concorrenti) e un sapiente impianto che rimanda al capolavoro di Rousseau del 1762,  Il contratto sociale. Nel quale il filosofo francese vuole ricondurre la formazione di una coscienza civile comune ad un contratto stipulato all’alba dei tempi, che avrebbe fatto comodo all’uomo, unico animale, appunto, dotato di coscienza. Descrive la libertà atavica dell’uomo non sociale, ma brado, senza branco.

Ecco, quindi, che a Playa Desnuda appaiono Adamo ed Eva in tutta la loro bellezza e potenza. Su Cayo Paloma, invece, l’uomo viene “incatenato” giocoforza alla civiltà, componendo un quadretto sociale sapientemente variegato. Troviamo in primis Rocco, virile Guru delle folle (vedi Magnolia, film diretto da P.T. Anderson, con Tom Cruise); c’è Rachida, esempio di integrazione e rivalsa dei diritti stranieri (Borghezio sosteneva che mangiasse il riso a tradimento, mentre lo cucinava); c’è Scanu, effeminato esempio dell’uomo nuovo, sensibile e lacrimoso; ci sono i Maschi Alfa, Alex Belli e Andrea Montovoli, un metro e ottanta ciascuno di luoghi comuni ambulanti; c’è la Buccino, gatta morta e Cecilia, prima Eva e poi suffragetta del diritto a cucinare, nonostante il monopolio di Rachida; ci sono le Donatella, le vincitrici, emancipate amazzoni filiformi, piene di grinta e di iniziativa.

L’esperienza honduregna è stata povera, cinematograficamente parlando, sotto il punto di vista interpretativo (non si può dire che il set fosse popolato da grandi attori), nonostante un impianto scenico, di soggetto e di sceneggiatura incredibilmente complesso. Resta da chiedersi quale sia stato l’intento degli autori; o meglio: perché hanno architettato tutto questo? Per il gusto squisitamente satiresco di far apparir sciocco ciò che non lo è, banalizzando il contenuto poliedrico del programma soltanto agli occhi di chi si approccia all’esperienza con superficialità.