Nel weekend dal 29 settembre al 1 ottobre 2017, si è svolto nella cittadina di Carmagnola, in provincia di Torino, la terza edizione di Carmacomics, fiera del fumetto, cosplay, gaming e retrogaming. Uno degli ospiti era il giovane disegnatore AlbHey.  Classe ‘93, dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Torino, ha iniziato delle collaborazioni con fanzine e lavorando ad autoproduzioni. Nel 2016 è uscito il suo primo volume La quarta variazione con la casa editrice Bao. Abbiamo avuto la possibilità di conoscerlo e fargli qualche domanda sulla sua arte e sulla sua concezione di fumetto.

Come tanti giovani disegnatori di oggi hai un background indipendente e underground. Quanto ha influito e quanto influisce questo sulla tua arte e nelle tue storie?

Un sacco. Il modo d’approcciarsi al fumetto soprattutto. Prima della collaborazione con Bao mi sono autoprodotto un volume da 80 pagine, avrò fatto forse 20 copie. Approcciarmi senza una casa editrice mi ha permesso di essere libero e trovare un mio stile, ovviamente in continua evoluzione. Questo mi ha dato anche delle regole base che io cerco di seguire per non “tradire” il mio modo di raccontare le cose. Alcuni personaggi e come affrontano certe situazioni vengono da lì, dal mondo underground e dei centri sociali, per quanto io non ero un grande frequentatore perché avendo vissuto fuori dalla città quell’ambiente lo vivevo nei weekend. Però quel mondo ha influito e lo sento ancora adesso, magari mettendo una maglietta di un gruppo addosso ad un personaggio o facendo sì che un personaggio omosessuale non sia sterotipato ma neanche esaltato in quanto tale, mantenendo una linea politica mia in cui vi è una parità tra le cose.

Una cosa non semplice oggi, in cui certe tematiche sociali sono difficili da trattare con imparzialità.

Sì, è una cosa a cui tengo. La noto ancora adesso, spesso si dice “facciamo finta di nulla” o “siamo tutti uguali” ma non siamo tutti uguali. Però non bisogna eccedere da una parte o dall’altra, bisogna trattare equamente tutti. Questo penso mi venga dalla frequentazione di quell’ambiente underground, non solo per la questione artistica ma per il mio passato da adolescente punk. E questo lo sento tantissimo, anche nei miei lavori. A volte mi dico “sto facendo troppe ragazze magre, devo cercare di non farle tutte così” oppure “disegno solo ragazzi bianchi, non devo”. Insomma una sorta di normalizzazione delle differenze ma non banalizzazione.

Il tuo stile mi ricorda molto quello di Bryan Lee O’Malley (Scott Pilgrim).

[Ride] Me lo dicono spesso ma è inconsapevole. Io di O’Malley, ricordato di solito per Scott Pilgrim, ho apprezzato di più Alla Deriva perché più conciso. Scott Pilgrim mi è piaciuto ma con dei limiti. Dal lato illustrativo a me piace un sacco ma io non avevo mai fatto caso della somiglianza, è una cosa uscita fuori dopo il mio primo libro. Se dovevo copiare qualcosa andavo da altri!

Da chi? Quali altre influenze artistiche hai?

A me piace la scuola di Jamie Hawlett, il disegnatore conosciuto per le grafiche dei Gorillaz ma che ha realizzato anche Tank Girl. Un disegno anatomicamente perfetto anche se lui poi l’anatomia la trasforma come vuole. I Gorillaz sono stati il primo gruppo che ricordo di aver amato e lo stile di disegno mi faceva impazzire, alle medie io ricopiavo solo i disegni dei Gorillaz. Quello e Naruto. Però mi sono detto che magari i manga, i ninja non riuscivo a farli. E mi piacevano i riferimenti alla musica, un disegno che si mischiava con altro. Poi c’è ne sono tanti altri. Con gli anni ho scoperto Dylan Horrocks che mi piace un sacco per la secchezza del suo stile. A livello di storie non ne parlo perché sarebbe un discorso infinito.

Nella tua carriera ha realizzato dai lavori autoprodotti, a strisce per il web, a storie brevi per delle raccolte, finendo con il tuo primo “fumetto” La quarta variazione per Bao. Com’è stato passare ad una grande casa editrice?

Con Bao è stato esaltante all’inizio, strano a metà e soddisfacente alla fine. All’inizio ero contentissimo, tutto mi aspettavo meno che arrivare lì alla mia età, mi sembrava strano. Loro poi sono molto bravi a lavorare con te perché sanno come non caricarti di pressioni tutte e subito – pressioni normali nella realizzazione di un libro – ma te le dilazionano nel corso del tempo. Mi sono trovato molto libero nella creazione della storia, con La quarta variazione non volevo fare una cosa alla Urasawa, partire forte. Volevo fare una cosa che fosse molto sincera. Loro sono stati molto bravi ad accogliere e capire questa cosa. Io mi sono trovato molto bene. Poi è arrivata la mia ansia, ad esempio alla mia prima fiera, dove non era più l’amico che veniva a trovarti ma c’erano persone che arrivavano e ti riconoscevano come autore. Quello mi fa strano ancora adesso però è stato bello. L’ansia più grande è stata dalla fine del libro a quando è uscito. Dopo sono arrivate molte soddisfazioni.

Oggi i disegnatori, anche in Italia, iniziano ad essere considerati come delle “rockstar” penso a Zerocalcare, Makkox, Recchioni. Tu come ti approcci a questa nuova visione dell’autore di fumetti?

Il mio ego dice “che figata!”. Non a livello di fama ma più di riconoscimento dell’autore, del personaggio. Io però non sono bravo a farlo, parlo a raffica, a volte mi parlo sopra, non sono a quei livelli. Però mi diverte molto che ci siano le rockstar del fumetto. La figura di Recchioni mi piace molto, si può essere d’accordo o non d’accordo su quello che dice ma amo il suo modo di porsi, la sicurezza nel dire “Faccio fumetti, perché devo sentirmi meno di un gruppo italiano famoso o di uno scrittore?”. No, non mi sento meno. Lui fa lo sceneggiatore, il suo lavoro è scrivere ed è quello che fa sui social. Lui lì pubblica le sue opinioni però come uno che sa cosa sta scrivendo, su che mezzo sta scrivendo e a che pubblico sta scrivendo e continua il suo lavoro lì. È una cosa che mi diverte molto.

Consiglia un fumetto, graphic novel, serie, manga. Oltre al tuo ovviamente.

Io consiglio Aiuto! e Aiuto!Fratelli di Isaak Friedl e Yi Yang che han fatto un lavoro bellissimo e Yi è una disegnatrice che secondo me è bravissima. Uno dei miei fumetti preferiti è invece Max Winson di Jérémie Moreau, un fumetto che non mi ispirava all’inizio, l’ho letto ed è diventato un mio mostro sacro. Andando sul  Giappone direi tutti i lavori di Inio Asano che me l’ha fatto conoscere il mio amico Capitan Artiglio. Il lavoro di Asano è una di quelle cose che lo leggi e poi sai che da lì, scrivere sarà diverso. Mi ha molto influenzato. Difficilissimo però sai che c’è l’hai lì e non te la togli dalla testa.