silhouette-717542_640È probabilmente una delle immagini più celebri della cronaca politica degli ultimi anni, quella del ministro Fornero che si commuove durante la conferenza stampa successiva al Consiglio dei Ministri che approvò il Decreto “Salva Italia”, a fine 2011. Già, tre anni e mezzo fa.

Embè, che c’entra? C’entra. Gli occhi della Fornero versarono lacrime nel tentativo di pronunciare la parola “sacrificio”, uno dei tanti, e non l’ultimo, che una delle misure contenute nel Decreto legge richiedeva ai cittadini per mettere in sicurezza la situazione dei conti pubblici.

Questa misura prevedeva infatti che fosse bloccata la rivalutazione all’inflazione delle pensioni di importo superiore a tre volte l’importo minimo (1.443 euro). Che vuol dire? Che ogni anno i prezzi dei beni tendenzialmente crescono, anche se di poco, dando origine al fenomeno dell’inflazione; ovviamente se oggi guadagno 10 e compro 10, ma domani, guadagnando sempre 10, i beni che compravo costeranno 11 io risulterò impoverito. Per questo motivo esistono i rinnovi dei contratti di categoria, per questo motivo esiste l’indicizzazione delle pensioni che mette al riparo il pensionato da questa perdita di potere d’acquisto.

Quindi quella manovra rese più poveri tutti i pensionati? Non tutti, ma sì. Si dispose che il blocco dell’indicizzazione sarebbe valso su più anni, e che quindi l’Inps avrebbe continuato a versare la stessa somma negli anni successivi, senza tener conto dell’aumento del costo della vita. Ma questa regola non valeva per tutti: come detto, rientrarono nel decreto solo le pensioni di importo superiore ai 1.443 euro; per giunta le rivalutazioni in questi anni sono state di importi modesti, dati i bassi livelli di inflazione raggiunti dall’Italia e in generale dall’Eurozona. 7260875726_94f00713fb_h

Con questa manovra comunque il Governo riuscì a risparmiare una buona cifra, necessaria per il risanamento dei conti pubblici richiesto dalla situazione economica e finanziaria di fine 2011.

E veniamo al presente. Qualche giorno fa, il 30 aprile, la Corte Costituzionale, l’organo che si occupa di garantire l’applicazione della Costituzione all’ordinamento giuridico italiano, ha bocciato questa misura giudicandola incostituzionale, in particolare rispetto agli articoli 36 e 38 della Costituzione, quindi lamentando una retribuzione non “proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (1.443 euro, lo ribadisco) e, evidentemente, un mancato riconoscimento del diritto al mantenimento durante la vecchiaia.

E quindi? E quindi ora lo Stato dovrà pagare circa 5 miliardi, tra somme non corrisposte e interessi, per gli anni passati e dovrà provvedere a trovare altre voci di risparmio per garantire l’indicizzazione di queste pensioni anche in futuro.

Tutti contenti? Non proprio. Esultano sindacati e associazioni di categoria come ManagerItalia e FederManager (che così, a orecchio, non penso siano associazioni di pensionati che raccolgono la verdura per terra quando chiude il mercato) e in fondo dovremmo esultare un po’ tutti, perché vengono restituiti soldi presi indebitamente dallo Stato, se non fosse che questi 5 miliardi nelle casse sono difficili da trovare. sanità-pubblica-costosa-lenta

Volete annoiarvi? Certo, altrimenti non sareste arrivati fin qui: il “tesoretto” di cui si è tanto parlato negli ultimi giorni, consistente in 1,6 miliardi di euro che potevano essere spesi in deficit perché già autorizzati dalla Commissione Europea, sarà necessariamente utilizzato per coprire questa spesa, anziché per manovre a sostegno delle fasce povere o semplicemente per la riduzione del deficit di bilancio; inoltre la manovra che verrà varata quest’autunno dovrà trovare circa 10 miliardi per evitare l’aumento di Iva e accise sui carburanti e dovrà farlo principalmente tramite i tagli di spesa (la famosa spending review, con cui già si fatica a raggiungere i 6 miliardi di efficientamenti) a cui però dovrà aggiungersi questa ulteriore spesa di 5 miliardi.

Quindi, cosa significa tutto ciò? Significa che per garantire i diritti sanciti dagli articoli 36 e 38 della Costituzione, la Corte Costituzionale sta, forse, travalicando regole e articoli ancora più importanti. La sentenza rischia di far pagare alle fasce più povere il costo di una manovra che avrebbero dovuto i pagare i più ricchi (è risaputo di come l’aumento delle imposte indirette come l’Iva sia fortemente sperequativo, e quindi tenda ad impoverire più i poveri che i ricchi), andando contro all’articolo 53 che stabilisce che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività” e anche al principio di uguaglianza sostanziale dell’articolo 3, compito fondamentale che la Repubblica Italiana dovrebbe perseguire.

Si profila inoltre una situazione paradossale quando si nota che, ogni volta che il Governo (quindi il potere esecutivo) tenta di riformare il sistema pensionistico italiano – che come tutti i sistemi pensionistici europei è in perenne rischio collasso – la Corte Costituzionale (di cui, tra l’altro, 8 Giudici su 12 sono in età pensionabile, con una età media di 70 anni, tantoperdire!) blocca tutto, impedendo, di fatto, l’attuazione di misure – come il prelievo sulle “pensioni d’oro”, il ricalcolo tra sistema retributivo e contributivo e, perché no, la non-indicizzazione – che sicuramente non garantiscono la giustizia sociale ma che almeno potrebbero rendere il sistema più equo.

E allora, chi è l’incostituzionale?