Non amo i commiati e tanto meno scrivere di una persona che viene a mancare. Solitamente il rischio è quello di scrivere le solite banalità ricche di retorica che mi hanno sempre infastidito, e magari anche queste righe lo saranno e me ne scuso anticipatamente.
Ma apprendere questa mattina che Emiliano Mondonico ci ha lasciati mi ha fatto sentire oltre che un pochino più vecchio, anche orfano di un qualcosa che fa parte di me da tanto tempo, e che se sei del Toro hai difficoltà a liberartene.
Sì perché il Mondo per quelli della mia generazione, ma forse soprattutto per quelli della generazione subito prima della nostra (i nostri fratelli maggiori per intenderci) ha rappresentato l’ultimo vero baluardo di granatismo vero, l’ultima gioia sportiva che andava oltre la conquista (o il sogno) di un trofeo, ma che come ogni evento importante della nostra storia è entrato nell’epicità, in quelle cose speciali, che solo noi abbiamo e che forse sono le ultime ad esserci rimaste.
Uno dei miei rimpianti, è di non essere nato qualche anno prima, perché in quei 3 anni che vanno dal ‘90 al ‘93 quando Mondonico ha guidato per la prima volta il Toro portandolo da essere una neo promossa ad una squadra di dimensione europea per poi chiudere con l’ultimo trofeo conquistato da noi granata, cioè la Coppa Italia 1993, io avevo poco più di 10 anni, e quelle vicende mi sfioravano, ma la passione non mi aveva ancora investito del tutto, come poi sarebbe accaduto pochi anni dopo. Se avessi avuto qualche anno in più le emozioni sarebbero più intense e più nitide, ma nonostante questo anche per me il Mondo ha significato un allenatore ed un uomo che rappresenta la nostra storia, una persona che ha sempre manifestato anche negli anni successivi quando è stato alla guida di altre squadre, il suo amore per noi, per quella maglia e per quel modo di essere, un po’ strani, un po’ fuori dagli schemi, quella riserva indiana, rumorosa, brontolona ed ultimamente litigiosa, che tuttavia sogna sempre di tornare ad assaltare la diligenza.
Diceva spesso che “essere allenatori del Toro è semplice, essere allenatori DA Toro è un’altra cosa, ci vuole un passo in avanti in più” e di questi tempi, dove il mondo del calcio è sempre più un ritrovo di nani e ballerine, di allenatori che allenano dopo una settimana che hanno smesso di giocare, solo perché magari spinti da qualche sponsor o procuratore, la mancanza di persone come lui nel calcio e anche nel Toro mancano terribilmente. Se poi penso allo smarrimento che tutto l’ambiente granata, dalla Società alla sua gente, sta vivendo in questi ultimi anni, la notizia di oggi mette molta malinconia, perché si perde un riferimento importante, che ci faceva ricordare chi siamo, o meglio, chi dovremmo ritornare ad essere.
Voglio ricordarlo quindi così, con l’affetto che si prova per un parente che ha lasciato questo mondo soltanto fisicamente, con le belle scene che ci sono entrate dentro in questi anni, di un Toro che va a Madrid a prendere a schiaffi il Real, di quella sedia alzata al cielo come gesto di rabbia e di protesta contro il mondo, la sfortuna, le avversità e le ingiustizie.
Ciao Mister e grazie di tutto!!