Ho visto integralmente la diretta Facebook di sabato pomeriggio che il vice-premier Matteo Salvini ha postato sul proprio profilo personale. Sì, lo ammetto. Non me ne vanto, ma lo rivendico.

26 minuti abbondanti di video ripresi con la telecamera frontale del proprio telefono cellulare, in cui il Ministro dell’Interno racconta la settimana appena trascorsa, concedendosi delle impressioni personali a riguardo e in cui, soprattutto nel finale, mostra scene di vita rurale. Un cortile con le galline, un tramonto, un orto.

Ho provato a guardarla in modo asettico, senza preconcetti e senza considerare la mia idea politica che, inesorabilmente, è contraria alla quasi totalità del suo operato.

Questo è il risultato.

Il risultato è un grande malumore, un enorme peccato. È un peccato perché Salvini sa di avere un enorme consenso in questo momento e lo potrebbe usare (anche a suo favore, chi glielo nega) per sensibilizzare la gente sulle tematiche che affronta.

Potrebbe spiegare che “quota cento” è un grande regalo che stiamo concedendo a gente che ha lavorato per una vita, ma inevitabilmente è un regalo che pagheranno i loro figli. Potrebbe dire alla gente che lo acclamava ad Afragola che sì, è molto contento, ma che è sbagliato chiedere di sbarazzarsi di Saviano.

Potrebbe cogliere l’occasione di una diretta Facebook per gettare un po’ di acqua sul fuoco, chiedendo ai suoi followers di fare attenzione alle generalizzazioni, di non scagliarsi con odio e violenza verso chi commenta con idee diverse dalle loro.

Potrebbe, ma non lo fa.

E allora la domanda sorge spontanea: perché non lo fa? Se lo facesse, consoliderebbe il proprio elettorato, non darebbe spazio a chi lo accusa di fascismo, troverebbe una totale partecipazione alla sua politica anche dall’area più di sinistra del proprio alleato di governo.

Ma allora perché diamine non lo fa?

Io credo ad una cosa. Credo che non lo faccia perché creando un binomio tra “buoni” e “cattivi”, tra “noi” e “gli altri”, tra “con me” e “contro di me”, tanta gente si spingerà dalla sua parte nel breve termine, come di fatto sta già accadendo. Abbassare il livello della discussione, con soluzioni semplici (e semplicistiche molte volte), obbliga l’elettorato ad una scelta tra il sì ed il no, abituandolo già anzitempo alla domanda che si dovrà fare in cabina elettorale. “Voto per lui o non voto per lui?”, è questa la domanda alla quale presumibilmente saremo chiamati a rispondere. E poco importa se quel “non voto per lui” sia in favore di M5S o PD, perché lui, intanto, ha già fagocitato una delle due risposte, relegando un eventuale voto a Fratelli d’Italia o Forza Italia ad un voto per sé, un voto al suo servizio.

Ha creato un’identità comune e incontrastabile nel suo partito: la Lega è l’unico partito d’Italia che ha una ed una sola idea. Su tutto. Non ha correnti, non ha fazioni, non ha franchi tiratori. Ha la voce di Salvini e l’eco dei suoi militanti che replicano senza distorsioni gli slogan a loro dettati. Sono tutti stupidi? No di certo. Mi sembrano più che altri assuefatti di fronte alla disarmante efficacia di questa politica, che gioca al ribasso, che rende tutto alla portata di tutti, che riduce la discussione ad un bianco o ad un nero, pari o dispari, “con me” o contro di me”, per l’appunto.

E se ora la vostra curiosità si muovesse verso la domanda “E i piatti di pastasciutta, le osservazioni sui cipollotti, come rientrano nel suo disegno politico?”, anche su questo avrei ipotizzato una risposta.

La finta naturalezza, quel modo di fare casereccio, sembrano delle costruzioni tirate su ad arte per nascondere una strategia politica molto chiara ed efficace che muove le fila dei suoi social e della sua comunicazione in genere. Passare per uno del popolo, passeggiando nell’orto e dimostrando qualche peccato di gola, per nascondere che lui, con il popolo, condivide solo una cosa: la fame.

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(Immagine: HipsterDemocratici)