AerobarmiamiParafrasando Baricco (non me ne voglia il buon Alessandro, ma mi serviva un’introduzione degna):

“A me m’ha sempre colpito sta cosa dell’invecchiamento. Ti senti fresca per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, vecchie. Stanno lì, dietro a diete detox e maschere al viso, creme snellenti, e video di Jill Cooper su YouTube, nessuno gli fa niente, ma loro ad un certo punto, fran, manco più buone per il brodo, come le galline, ma non quelle vecchie, quelle altre che io non so perché non lo so fare il brodo. Nel casino assordante del disco pub, con tutto in iper movimento intorno, con sti adolescenti seminudi nonostante il freddo, e mai una bronchite, un raffreddore, una gocciolina al naso, e tu, fran. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’è che succede all’autostima per farla decidere che non ne può più? C’ha una pazienza anche lei, poveretta? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo con la pelle a buccia d’arancia, erano incerte sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall’inizio, le due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, ok allora intesi per il 21 maggio, okay verso le undici, facciamo undici meno un quarto, d’accordo, allora buonanotte, ‘notte. Sette anni dopo, 21 maggio, undici meno un quarto, fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando scopri di esser vecchia. Quando ti svegli un mattino, e non ti filano più. Quando apri il giornale e leggi che vanno di nuovo di moda le scarpe che non osavano più mettere nemmeno le prostitute. Quando nel locale entra un mare di adolescenti ormonalmente e fisicamente più prestanti di te e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei “out”. Quando, in mezzo alla sala, la bionda acqua-e-sapone-simil-Nina-Moric alzò lo sguardo dal cocktail e disse: “Minchia frà, c’ho quello stronzo del prof di filo tra gli interni alla maturità. Cè non puoi capire lo sbatti..!”. Ci rimasi secco. Fran”.hqdefault

Credo che Baricco lo avrebbe scritto così, il suo bel Novecento, se fosse stato ambientato nei nostri giorni. O se io fossi stata Baricco, per intenderci.

Alessà, io te lo propongo: scriviamo insieme un bel libro. Gli diamo un bel nome, chessò, Duemiladieci, e anziché l’amico tuo che ha sta fissa della nave, ci mettiamo le diciotto-ventenni che hanno la fissa di Clio Make Up. Eh? Che ne dici? E anziché tutto quell’amore, che comunque è cosa già sentita, parliamo di roba più attuale: racimolare il limone duro a fine serata. Che qui, all’ondeggiamento del mare dell’oceano sostituiamo lo strofinamento dei piedi che, per questioni di fisica, non riescono a sollevare da terra i tacchi per evitare uno sbilanciamento del baricentro corporeo. Un attimino ed è fatta.

E poi, quale delicata immagine poetica useresti, amico Barik, per descrivere quelle scollature da capogiro? E quei seni che sfidano la forza di gravità? Io direi qualcosa tipo, tanto per citare qualcosa di tuo, “Senza sangue”. Eh? Cosa dici? Che mi rode? Affatto. Dico solo che è sleale: non posso concorrere con corpi così. Boccioli nel pieno della fioritura, con quella smania di provocare che fa del rossetto e della matita per gli occhi la differenza tra una donna truccata e il Joker. Oh ma sfioriranno, eccome se sfioriranno! maxresdefault

Concedi loro qualche stagione, tre o quattro al massimo, e anche loro si troveranno a tornare a casa da lavoro, indossare la tuta presa alla Decathlon in offerta, gustandosi il gelato sottomarca trovato in freezer mentre leggono articoli idioti come questo. E penseranno che quella sia la gioia più grande. Il riposo del guerriero. E basta tacchi, reggiseni super push up, ciglia finte e trattamenti magici ai capelli. Scopriranno che la felicità, quella vera, è il completo intimo non abbinato, i capelli che va beh li lavo domani che stasera son troppo stanca, e il sedere tondo che di sodo ha solo il ricordo della uova mangiate a pranzo. E che il trucco è quella cosa che fai velocemente tanto per esser presentabile al capo a lavoro e coprire l’ennesimo brufolo da stress che ti è comparso in piena fronte. E si accorgeranno che è bello sentirsi dire “brava” e “ti trovo bene oggi”, piuttosto che camminare tra i fischi arrapati di mandrie di uomini depilati.

Cosa dici, Alessà? Hai trovato un titolo a tutto questo? E dimmi, dimmi! “Castelli di rabbia”? E sia.