Ieri, domenica 27 ottobre si è votato in Umbria, e per molti il risultato già sembrava scontato, dato il dilagare della Lega non assolutamente messa in difficoltà dalla pessima esperienza di governo e dalla tragica auto defezione di Salvini.

Ma nonostante la consistente sconfitta della nuova alleanza PD-M5S l’Umbria è un interessante laboratorio elettorale dal 2014, per due ragioni:

1- Il voto leghista;
2- L’alleanza tra due forze politiche rivali e oggi sufficientemente unite, PD e M5S.

Relativamente al primo punto vi è da dire che dal 2011-2013, ossia da quando Salvini ha preso le redini di una Lega stravolta dai casi giudiziari di “Rimborsopoli”, “Diamanti africani” e lauree false, a oggi, i principali terreni di misura del rivoluzionario fenomeno Salvini sono da misurari proprio nelle cosiddette “regioni rosse”, di cui l’Umbria fa parte. Già nel 2014 la Lega si attesta intorno al 10,00% circa, dove pochi anni prima faticava ad arrivare al 5,00%. Non è successo, ma è l’inizio di un qualcosa.

Da allora, connesso a diversi fattori sociali ed economici, lo scenario politico è radicalmente cambiato, decretando uno spostamento dell’elettorato verso una destra sovranista, populista e tendente all’estremismo, ossia il duo Lega-Fratelli d’Italia. La Lega, nelle regioni rosse sale vertiginosamente sino ad arrivare al 30,00% circa di ieri. Questo succede perché questa forza politica, oltre all’estrema forza dialettica e perenne presenza del suo leader Matteo – Capitano non rispondo alle domande sui 49,00 milioni di euro e ai legami con la Russia – Salvini è riuscita a costruire un set dialettico estremamente semplificato e impostarlo su pochissime single issue che periodicamente ruotano tra di loro distogliendo completamente l’attenzione dai problemi reali che cittadini e politica sembrano aver dimenticato.

Un’impostazione del linguaggio politico tale da riuscire ad arrivare anche al cittadino meno ingenuo e su questo far presa, così come da mettere in discussione la storia elettorale di intere regioni. La vittoria leghista non nasce oggi, ma ha radici profonde negli anni passati, dove la dirigenza nazionale e locale leghista è riuscita, con il solito schema, a far presa e fingere di riuscire a disegnare un programma per il futuro incentrandolo solo su singoli problemi temporanei, in completa assenza di opposizione.

Sì, in completa assenza poiché nelle medesime regioni la sinistra e il PD non hanno saputo rinnovare i propri patti di governo con i territori e le popolazioni locali, patti storici e oramai anacronistici rispetto alle istanze locali che necessitavano di riforma sia a livello programmatico e sia dirigenziale. Deficienza grave e che si è acuita con l’esperienza renziana che ha isolato i territori dal livello nazionale distruggendo le singole dirigenze locali, deficienza in cui la Lega prima e il M5S dopo, seppur senza risultati, hanno saputo insidiarsi.

Quest’ultimo tema è, dunque, alla base delle ragioni dell’alleanza M5S e PD che rappresenta, dopo l’esperienza nazionale, un laboratorio elettorale. L’idea di allearsi con chi per anni ha fatto del turpiloquio e della diffamazione un mantra dialettico non ha entusiasmato nemmeno gli elettori e gli iscritti di entrambi i partiti, ma l’esperimento, a livello di dirigenze nazionali – perché in quella sede si è deciso – è stata precisa volontà degli organi consessuali dei rispettivi partiti che, nell’alleanza, speravano in una vittoria.

Ecco, forse al di là dei meri calcoli elettorali e presunti scopi sarebbero stati necessari due piccoli strumenti:
1- Un’analisi dei flussi elettorali dal 2014 al 2019 che avrebbe testimoniato come il M5S nelle regioni rosse (oramai ex rosse) sia in diaspora elettorale (in Umbria il M5S passa dal 28,50% circa del Marzo 2018 al 7,50% di ieri);
2- Un programma elettorale seriamente condiviso e ben sviluppato non raffazzonato all’ultimo per presentare una coalizione.

La sconfitta pertanto non ha ragioni solo nella diaspora elettorale e nell’attuale esperienza di governo, ma soprattutto nel fatto che il M5S sia privo di classi dirigenti locali e in queste fortemente diviso, e nei patti territoriali non rinnovati dal PD. Sì sono lasciati sconfiggere da una forza politica che non ha programmi, ma solo schemi dialettici incentrati su elenchi puntati e “virtual single issue” che a più riprese sanno ben destreggiare; basti guardare al fatto che nessuno conosca il programma leghista umbro, se non “vinciamo contro il patto delle poltrone”.

Ora il M5S corre ai ripari con un “l’esperimento non ha funzionato”, affermando che almeno sui territori non intenda proseguire oltre questa esperienza, ma ciò serve a ben poco e non dà forza a nessuno. Un’alleanza è un esperimento che funziona solo se condiviso, organizzato e reiterato. È la base del processo scientifico, scoglierlo senza mai averlo messo in piedi ha ancora meno senso. Anche per questo sarebbe necessario che le due forze politiche comprendano quali strade seguire e come vogliamo seguirle e decifrare la propria struttura di alleanza sui territori, non tanto in chiave antileghista, quanto in chiave governativa.

[Immagine tratta da Fotografie Segnanti]