Non sono nemmeno passati tre giorni dalla stupenda notizia di liberazione di Silvia Romano che già il teatrino popolare italiano si è sprecato nel rito della polemica. Una polemica fatta solo da “esperti a fasi alterne” che oggi sono i massimi docenti di cooperazione internazionale, ieri di virologia e domani chissà. Una polemica che del resto non manca nemmeno di essere alimentata da una stampa che sostanzialmente vive di questo, ossia, il prodotto derivato dalla polemica: il click baiting.

Un tema come questo, se ben cavalcato e costruito, con le giuste parole e la giusta semantica è in grado di trasformarsi in una “miniera d’oro”. Certo, questo comprometterà il ruolo principale della stampa, ovvero informare e non fare solo opinione, ma nell’era del digitale e della velocità la qualità e la deontologia non sono più beni così richiesti. In questo circolo vizioso, crescenti sono state la cattiveria, gli attacchi, la retorica populista e xenofoba di tutti i giornali. Una dialettica orienta all’odio, senza minimamente tenere in considerazione l’individuo, proprio quell’unico che una nazione laica e generalmente orientata al liberalismo dovrebbe tutelare. Non una parola su questo, salvo rare eccezioni.

Diciotto mesi. Il tempo di un sequestro senza fissa dimora e una fine incerta che sicuramente avrà una forte presenza nella memoria di Silvia. Il diritto alla fede, il diritto alla vita e alla libertà di azione, il diritto di altruismo, il diritto di essere sé stessi. Il necessario e doveroso riscatto da pagare per riportare in Italia una nostra connazionale, in quel sentimento che è la fraternità tra uomini liberi e uniti. Il diritto a un abbraccio, in piena conformità alle norme sanitarie, dopo diciotto mesi di assenza e nemmeno un contatto su zoom.

Tutto questo è stato messo in discussione, condannato e recriminato, senza remore alcuna, solo con piena cattiveria. Una condanna che ha solo unito le destre nei più abietti sentimenti xenofobi, sessisti, patriarcali e islamofobi, ma diviso un popolo e che lederà, nuovamente, la memoria di Silvia.

A nulla sono false le belle parole e l’intera vicenda covid-19, non ancora superata, per provare a ricostruire un mondo migliore, magari meno ammaestrato da una stampa fortemente di destra e incarnata nei suoi crudi valori.

Forse, al termine dell’intera vicenda, quando i riflettori si spegneranno per accendersi su una polemica, dovremmo attenerci a due doveri: il silenzio e la riflessione. Il silenzio come forma di ascolto e di immedesimazione nel prossimo, di empatia.

La riflessione come capacità di comprendere chi vogliamo essere, come persone, come comunità e come nazione. Esattamente come nel minuto di raccoglimento dovremmo far tesoro dell’assenza di suoni e rumori e concentrarci sugli eventi e su chi siamo.