Era il 6 Agosto del 1991. Faceva Caldo. Certo all’epoca non si parlava così tanto di surriscaldamento globale, ma era pur sempre estate. E io sto provando ad immaginarmeli, quei ricercatori del CERN che tutti sudati dentro un laboratorio mettevano on line il primo sito internet della storia.

Tim Berners Lee concepì il World Wide Web come un mondo completamente libero, lo ideò e lo regalò all’umanità, senza provare a esercitare nessuna forma di controllo: “Io l’ho sviluppato, ma voi lo avete reso quello che è. Il Web è nostro”.
27 anni dopo è forse ora di ragionare su quest’ultima affermazione.
Il Web è veramente nostro?

Quest’estate Peter Sunde, uno dei fondatori di The Pirate Bay, uno dei principali e più famosi siti Torrent da cui è possibile scaricare materiale pirata, rilasciando un’intervista a The Next Web disse letteralmente “Internet fa schifo. Abbiamo sbagliato tutto. E’ andato tutto storto”.
Sunde non si riferisce alla violazione del diritto di copyright, per la quale ha dovuto scontare quasi due anni di carcere, nè all’ideologia (sbagliata) secondo la quale tutti i contenuti online devono essere forniti gratuitamente.
Nella sua analisi, il papà dei pirati del Web, si lamenta di come Internet sia diventato un potere centralizzato.
Noi crediamo che internet sia un mondo libero, perché siamo stati abituati a pensarlo in questa maniera, ma in realtà non è affatto così.

Negli ultimi anni quasi tutte le tecnologie emergenti sono state acquistate da cinque grandi colossi del settore informatico e web: Amazon, Google, Apple, Microsoft e Facebook.
Internet è nato per decentralizzare il potere, per poter creare qualcosa che sia realmente in mano al popolo. E invece il potere lo stiamo centralizzando, sempre di più.
Il termine potere non è esagerato, perché di fatto queste grandi multinazionali del Web hanno in mano tutto: i nostri dati, le nostre vite, le nostre carriere, gli introiti di aziende e una non indifferente fetta di economia mondiale.
Prendiamo come esempio uno degli ultimi importanti sviluppi apparsi nel mondo di Internet.

Facebook sta cambiando le regole per la visualizzazione dei contenuti, dando più risalto ai post degli amici rispetto a quelli delle pagine pubbliche. Detto in parole povere, dai prossimi mesi, quando entrerò su Facebook, avrò molta più probabilità di vedere i post delle mie amiche neo mamme intente a pulire i culetti dei bimbi dopo la prima commovente defecazione, che un commento di Enrico Mentana riguardo le proteste in Iran.

E questo è un problema. Non tanto per Mentana che anche senza fare post vivrà benissimo, ma per tutte quelle pagine che vivono grazie a Facebook.
Esistono un sacco di aziende, associazioni, blog, persone e realtà di ogni tipo che vivono (inteso come guadagnare soldi per portarsi a casa la pagnotta) grazie a Facebook. E il fatto che i loro post vengano visualizzati molto meno potrebbe rappresentare un problema molto serio.
Esiste un modo per ovviare a questo inconveniente e probabilmente sarà quello che c’è già in atto ora: pagare, pagare sempre di più.

Chi gestisce una pagina Facebook sa bene che un post sponsorizzato raggiunge un pubblico molto più ampio rispetto a un post nel quale non sono stati investiti soldi.
Vi dirò una cosa. Di per sè pagare non è un problema: Facebook fornisce un servizio potente ed è quindi sacrosanto investire dei soldi per poterne usufruire. Si hanno sicuramente più vantaggi nello sponsorizzare un post che nel versare i contributi all’INPS.
Il problema è che siamo in balia di un algoritmo. Un algoritmo che è già cambiato in passato (un anno e mezzo fa pubblicizzare bene una pagina era più semplice), sta cambiando in questi giorni, e sicuramente cambierà ancora in futuro.
Siamo nelle mani di un codice che non si evolve seguendo regole matematiche o finanziarie, ma che viene modificato in base alla strategia di una persona sola: “il più grande dittatore del mondo” come lo definisce Peter Sunde. In questo caso si parla di Zukerberg, ma lo stesso discorso vale per Jeff Bezos o Larry Page.

Il mercato del lavoro si è evoluto negli ultimi anni e la rivoluzione digitale ha lentamente dato i suoi frutti. Ma oggi, se io svolgo un’attività legata al mondo della comunicazione, oltre a pagare l’INPS, L’INAIL, l’affitto dell’ufficio, le attrezzature, il commercialista, la camera di commercio e tutti gli altri organi, la pubblicità cartacea, il sito e il web designer che me lo gestisce, dovrò pagare sempre di più anche per pubblicizzare la mia attività on line. E se l’anno scorso ho investito 6/8.000 euro di pubblicità su Facebook (perchè queste sono le cifre minime da investire se si vuole avere un ritorno sostanziale dal social) quest’anno dovrò investirne probabilmente 15/20/25.000. Non so quanti con esattezza, ma sicuramente non proprio spiccioli.
Questa modifica delle leggi di Facebook può essere tranquillamente paragonata ad un aumento della pressione fiscale sul lavoro, un’azione che per molti potrebbe essere una mazzata.

Attorno a questo tema del lavoro però bisogna ricordarsi anche di quelle piccole realtà che vivono su Facebook, ma non guadagnano soldi. Come la nostra per esempio. Scriviamo e pubblichiamo i nostri articoli su Facebook per passione e per provare a stimolare dibattito tra chi ci legge. Ma non percepiamo soldi e, di conseguenza, non possiamo neanche investirne. E che cosa succederà quando i nostri lettori non vedranno più i nostri articoli in bacheca e le visualizzazioni caleranno?
Non si sa. Ed è questa la cosa un po’ triste. Neanche il massimo esperto in matematica finanziaria può saperlo. L’unico che può avere una vaga idea di quello che accadrà è un ragazzo di 33 anni che una mattina di qualche giorno fa ha deciso di cambiare le nostre vite, non per la prima volta, non per l’ultima, ma sempre un pezzetto di più.