Insieme a ‘Noi facciamo gli interessi d’Italia’, il secondo slogan più consumato dai politici di ogni tempo (soprattutto quelli moderni) è ‘Tanti nemici, tanto onore’. (Ad eccezione – ça va sans dire – di Salvini, questo solitamente espresso in altre parole da tutti gli altri per evitare echi mussoliniani, anche se il vero copyright è del condottiero tedesco Georg von Frundsberg. Però, insomma, il senso è quello, vedi la variante ‘se Tizio mi querela per me è una medaglia da appuntare al petto’, ecc). Comunque: tanti nemici, tanto onore. Non deve stupire la sua diffusione. Se l’intero sistema militare si fonda sull’individuare un nemico e fronteggiarlo, la politica, che si nutre più di battaglie che di confronti, non può esimersi dal perseguire lo stesso obiettivo. Dal pericolo comunista buono per tutte le stagioni, al mitologico ‘principale esponente dello schieramento a noi avverso’ di veltroniana memoria, ogni stagione politica ha voluto e saputo procacciarsi il suo nemico.

Non parliamo poi della politica di oggi, ridotta sostanzialmente a uno scontro tra ultras fomentato dai giocatori stessi. Il nemico è essenziale al raggiungimento dell’obiettivo, anzi per certi versi è l’obiettivo stesso; e – ovviamente – rappresenta l’ancora di salvezza per giustificare un fallimento (i poteri forti, l’establishment, l’ancien regime, le lobby, l’Europa, ecc.). Capiamo bene come ogni politico abbia bisogno del suo nemico da compagnia, perché – come Joker e Batman – in qualche modo con lui si completa.

Il problema è che – complici i soliti social, maddai? – la ’voglia’ di nemico, reale o astratto che sia, si è estesa a macchia d’olio anche ai comuni mortali. Tutti vogliono il loro nemico del cuore, perché, appunto, ‘molti nemici, molto onore’. Se hai un nemico, vuol dire che qualcuno ti teme e che sei scomodo. Una persona importante, insomma. Ed è per questo che fa figo ‘sfoggiare’ un avversario, anche se nella stragrande maggioranza dei casi di esso non c’è traccia. Ma è un dettaglio trascurabile, dopotutto. Per alcuni l’individuazione e la battaglia con un nemico rappresenta, forse, uno dei pochi sussulti di un’esistenza anonima, e in questo Facebook – che consente a tutti di avere una vetrina espositiva impossibile da avere nella vita normale – è il terreno di caccia ideale, soprattutto i gruppi cittadini, dove si percepisce più facilmente la vicinanza dell’avversario, anche geografica in molti casi.

Vero che certe – parecchie – persone hanno atteggiamenti talmente detestabili da procurarsi nemici anche solo respirando e senza doverli cercare, un po’ come l’Homer al quale basta – citando Marge – fare il critico gastronomico per un giornale locale per procurarsi contro la criminalità internazionale. Ma è altrettanto vero che altre – e parliamo di persone, sulla carta, sane di mente – se ne creano di immaginari, e finiscono per vederli un po’ dappertutto, come il Di Caprio-Howard Hughes di ‘The Aviator’ o il Crowe-Johh Nash di ‘A Beautiful Mind’. Per fortuna – i social sono, dopotutto, niente più che fiumi di parole – nella maggior parte delle volte il ‘guanto di sfida’ rimane teorico, se vogliamo quasi epistolare, limitato dunque ai post in cui l’utente attacca ma senza fare riferimenti diretti a persone (‘ho scoperto che certe persone sono cattive dentro’, ‘Brindiamo alla faccia di chi ci vuole male’, ‘Non ti curare di loro ma vai avanti’e via dicendo), nella speranza che ‘chi sa’ capisca.

Escludiamo dal discorso i post di stampo politico, o gli attacchi alle istituzioni, tipo l’imprescindibile slogan no-vax ‘Nessuno può dirmi cosa fare della mia vita’, sennò facciamo notte. A proposito di tempo: quanto ne risparmierebbe il cercatore di nemici quotidiani se facesse sua la convinzione della fragilità della sua battaglia. Peggio, della sua totale nullità. Vero, a chi di non piacerebbe un potere forte, anche fortino che trami nell’ombra contro di noi. Una lobbyna, un’Europetta impegnata a fare riunioni su riunioni per capire come fermarci.

E’ un sogno, sì. Che però si scontra con una verità ineludibile, ben espressa da Veronesi in ‘Caos calmo’: la gente pensa a noi infinitamente meno di quanto pensiamo. Detto in termini oxfordiani: chitteseincula.