DSC_0843Mi trovo in Giordania, nella capitale Amman. Sono qui con un campo di lavoro organizzato dall’Arcs, Ong dell’Arci insieme ad altre sei ragazze italiane. Collaboriamo alla gestione del Summer Camp all’interno del Gaza Refugee Camp in Jerash, a circa 50 km da qui. La Giordania, infatti, gode della fama di stato medio orientale in pace in mezzo agli altri in conflitto (Israele, Siria, Iraq) e proprio per questo accoglie milioni di rifugiati da ogni lato.

Il campo è gestito dall’Unrwa (United Nations Relief and Works Agency for palestinan refugee) ed è nato nel 1967. Qui infatti i rifugiati sono esclusivamente palestinesi e sono arrivati 47 anni fa, dopo la Guerra dei Sei Giorni, dalla striscia di Gaza (da qui il nome del campo).

Ieri è stato il primo giorno e l’impatto, visivo ma non solo, è stato forte. Polvere, sporcizia, detriti, odore sgradevole, negozi improvvisati. A differenza di quanto si potrebbe immaginare il campo non è una tendopoli, ma le abitazioni sono in muratura. Fatiscenti. L’ingresso non è delimitato, ma non ci si può sbagliare, lo stacco con la città è netto ed evidente.

Per circa una decina di giorni lavoreremo all’interno delle sedi dell’Unrwa a contatto con i bambini, un’ottantina tra i 7 e i 12 anni, affiancati da volontari internazionali e locali, fondamentali per la questione linguistica. Sono state organizzate attività educative i cui temi sono principalmente l’ambiente (la sporcizia è diffusa ed evidente), la geografia, lo sport, l’intercultura, utilizzando materiali riciclati e recuperati. Oltre al Summer Camp, l’agenzia dell’ONU gestisce, attraverso il Community Development Office, la scuola, la clinica medica, il fitness center, l’internet point ed altre attività specifiche per le donne.

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Le domande che ogni giorno sorgono appena scese da pullmino che da Amman ci accompagna a Jerash sono molte, ma per le risposte è ancora presto. Quello che per ora so è che la situazione è complessa, si tratta di un campo profughi particolare, in cui la maggior parte dei sui abitanti è nata qui, lontano dai territori palestinesi da cui i nonni e padri son fuggiti. Eppure hanno ben chiara la storia del loro popolo. I rifugiati registrati sono circa 25 mila (in un territorio di 1 km quadrato) e a differenza degli altri rifugiati palestinesi in Giordania, non è stata loro riconosciuta la cittadinanza, per cui non hanno possibilità di venire assunti in molti impieghi al di fuori del campo. Questo li costringe ad imprrovissare baracche e negozi all’interno del Gaza Camp, vendono polli, pane, frutta, per mantenere le loro famiglie. Molti ricevono aiuti economici direttamente dall’Unrwa, ma ciò nonostante la povertà è diffusa.

L’esperienza è appena cominciata, ho ancora molto da vedere e su cui riflettere ma so che è importante esser qui, soprattutto in un momento delicato come questo, dove il conflitto israelo-palestinese si è nuovamente acceso, non lontano da qui.