Il mare era mosso, forse nemmeno troppo, ma per chi, come noi, era abituato a vivere con i piedi ben piantati per terra, il continuo dondolìo delle onde era insopportabile. Per noi. Chissà per loro.

Ero l’unica donna a bordo di quel peschereccio sgangherato. “Ci porterà sfortuna!”, mi disse un pescatore cercando di alleggerire la tensione. Tutti vomitavano, fotografi, cameraman, giornalisti, in quello specchio del Mediterraneo in cui le barche sembrano volare. Io no. Restavo aggrappata al legno consumato, guardavo dritto davanti a me, mentre ci avvicinavamo al punto in cui, poche ore prima, si era consumata la più grande strage di migranti nel nostro mare. Mi sentivo la faccia pallida – se mai una faccia pallida si possa sentire – e gli stivali erano pieni di acqua. Ma riuscivo a stare in piedi. Io. Chissà loro.

Una corona di fiori, forse gialli e forse bianchi, gettata lì, tra quelle onde e sotto un cielo grigio, nel silenzio irreale dell’isola e di noi passeggeri.

Ricordo Massimo Ciavarro a petto nudo in motorino, le brioche del Bar Roma, le lasagne della gastronomia da Paola. Ricordo la pioggia, incessante, durante quelle notti, il gatto che mi ha fatto compagnia in bungalow, mentre dalla porta aperta sulla pineta osservavo le luci in mare della guardia costiera. Puntini luminosi a largo dell’Isola dei Conigli, che prima di allora, per me, rappresentava soltanto la spiaggia più bella del mondo. Ho avuto un bisogno disperato di aggrapparmi a questi minuscoli e insignificanti dettagli per non crollare nei giorni passati a Lampedusa, all’indomani del naufragio del 3 ottobre 2013, in cui persero la vita 368 persone. Ero lì per raccontare cosa stava accadendo. Ma è accaduto molto di più. Per la prima volta nella mia vita da cronista non sono riuscita a mantenere il distacco. Troppi morti, troppi sacchi neri, troppe tute bianche. E l’odore di morte, che forse mi ero inventata o forse no, che sentivo nell’aria, ad ogni passo, vicino al molo Favarolo, vicino all’hangar dell’aeroporto dove le bare formavano una distesa di legno. Lo sentivo e lo vedevo (si può vedere un odore?) negli occhi dei soccorritori, degli abitanti, dei colleghi. Lo annusavo sulla pelle dei sopravvissuti che, seduti come me, sul muretto del porto, guardavano senza alcuna espressione quei corpi sputati dal mare.

Sono passati cinque anni da quella tragedia e io sono cambiata. Io. Loro no. Loro non ci sono più. Alcuni sono rimasti lì, in fondo al mare su cui le barche sembrano volare. Altri sono stati sepolti nel cimitero dei senza nome dell’isola, dove qualcuno, ogni tanto, porta un fiore. Pochi, pochissimi, sono stati restituiti alla loro terra, la stessa da cui erano fuggiti.

E il resto? Che cosa è cambiato dal 3 ottobre 2013? Si sono succeduti i governi – allora c’era Letta, poi è arrivato Renzi e ora c’è Conte – ma i migranti continuano a partire, a morire, a perdere tutto. Ciò che è diverso, però, è il contesto. E non serve nemmeno spiegare in cosa e il perché. Lampedusa, grazie al cielo, è ancora lì, a difendere le persone e non i confini, lontana dalla terraferma in cui si decide di chiudere i porti e centellinare i soccorsi, in cui quelle vite là sotto trovano spazio soltanto tra i no e i no e i no e nelle strategie del benaltrismo. Quei corpi mangiati dalle onde e dalla salsedine sono diventati la causa di ogni male, la ragione della povertà (che, però, a quanto ci dicono da Roma è stata sconfitta!), il motivo per cui non abbiamo lavoro, soldi, stabilità. Lo erano anche prima del “vento del cambiamento”, ma oggi lo sono decisamente di più. E nessuno si imbarazza a dirlo, perché è stata smarrita anche l’umana vergogna.

Nella Giornata dedicata alle vittime delle immigrazioni frugo nella memoria di quei giorni cercando un dettaglio, un simbolo, qualcosa che non lasci scivolare via i ricordi. E allora scelgo i quattro orsetti dell’Ikea, quelli con il vestitino bianco e azzurro a righe che ogni figlio di questo tempo ha in casa. Ce n’erano quattro posati sulle piccole bare bianche nell’hangar dell’aeroporto, messi lì da chissà chi. Forse gli unici peluche mai appartenuti a quelle creature diventate parte del mare.

Lampedusa, anima triste, porta d’Europa, spirito di vita. Tu resta lì, non cambiare, non ti muovere. E grazie per tutto, per la sopravvivenza e l’accoglienza, per il mare e le barche che volano, per le lasagne di Paola e le brioche del Bar Roma. Grazie. O’ Scià.

Elena Fois