Da inizio settimana imperversa la polemica, innescata da Dagospia, su Imen Jane. La ragazza, venticinquenne, è rea di aver mentito sul proprio titolo di studio nella costruzione del suo personaggio pubblico.

È bene premettere due considerazioni: su Dagospia e su chi sia Imen Jane. Su Dagospia si può affermare che certe “inchieste” non dovrebbero essere lasciate in mano a certi blog, specie per i pessimi titoli con cui richiamano l’attenzione sui propri articoli: in tal senso “Libero” e “Il Giornale”, notoriamente sotto il livello del subumano, ne sono un esempio. Il blog in questione ha aperto la notizia con il titolo «Mi si è rotto l’Imen-Jane». Un titolo volutamente cringe, ma incapace di trovare una qualsiasi giustificazione se non nel dichiarato sessismo e misoginia: nel 2020 questo meriterebbe l’oblio.

Su Imen. Al suo odierno successo è arrivata partendo dai FutureDem – giovanile renziana che avrebbe dovuto cancellare i Giovani Democratici -, dopo il 2016, sempre internamente all’area renziana, accreditandosi come influencer economico, arrivando, infine, a cavallo del 2019-2020 a raccogliere oltre 1,30 milioni di euro e fondare Will_Ita, spazio Instagram dai contenuti piuttosto criticabili e spesso millantati come informazione quando nei fatti si tratta di banale opinionismo, specie in materia di ambiente ed economica.

Premesse a parte, la vicenda di Imen ha parzialmente messo in luce due contraddizioni tipiche di questo mondo: il rapporto influencer-pubblico da un lato, e il rapporto giovani-gerontocrazia dall’altra. Nel primo caso è bene distinguere due categorie di influencer: la prima costellata di personaggi dedita alla vendita di prodotti per mezzo della propria immagine; la seconda, composta da presunti divulgatori che, sempre sulla base della propria immagine, spacciano come informazione opinioni personali.

Nel primo caso un nesso di causa-effetto tra le origini e l’attuale ruolo dei social lo si può ancora identificare nella trasformazione di questi in una sorta di vetrina commerciale individuale micro-targetizzata, cui conseguenza è stata l’avvio di imprese private dei singoli influencer, Chiara Ferragni o Clio docet. Nel secondo caso, il fenomeno è più controverso da spiegare, poiché la divulgazione è materia seria: seppur non richieda obbligatoriamente una laurea (Piero Angela non è laureato, ma sfido a mettere in dubbio il suo sapere) richiede formazione, oggettività, conoscenza e comprensione delle materie trattate e onestà intellettuale. Peculiarità che spesso mancano agli influencer, il cui ruolo di “divulgatori” è spesso demandato a dinamiche tipiche della prima categoria. Insomma più che vendere contenuti attraverso la propria immagine, vendono sé stessi attraverso i (non)contenuti.

Questo primo elemento dimostra quanto sui social a contare non sia la qualità e i suoi derivati, come la complessità, ma la quantità: più quest’ultima è grande (follower e interazioni) più gli algoritmi alla base dei social stessi tenderanno a far crescere questo volume di dati. È così che persone con minime conoscenze possono diventare “esperti” agli occhi del pubblico medio. È l’immagine, associata a una buona strategia web-marketing e a una buona rete di contatti altolocati a determinare il successo di un prodotto (influencer, candidato politico o pagina che sia) o il suo insuccesso.

Il secondo, invece, è legato al rapporto generazionale tra anziani e giovani in cui la politica è spesso preminente. Sovente è queste ragioni che personaggi bruciati alle elezioni riescono a riabilitarsi sui social in queste nuove vesti ed è anche per questo che attorno alla figura di Imen non si sono risparmiate critiche sprezzanti da giovani membri del Pd che con lei hanno anche condiviso posti in assemblee, segreterie o correnti di partito. La politica e suoi benefici in termini economici e di contatti diventano ancora più fondamentali quando si tratta di raccogliere risorse: senza questa è ben impossibile raccogliere 1,30 milioni di euro senza essere nella giusta rete. Idealmentre – scusate se parliamo di noi – non ha ancora spaccato il web perché lontano da queste logiche: alla qualità ci teniamo, per davvero.

Sono pertanto le gerontocratiche classi dirigente politiche e giornalistiche a erigere rampanti giovani in posizioni che in un sistema basato sul merito non sarebbero diversamente accessibili. Il mondo degli influencer-divulgatori e dei giovani impegnati a qualsiasi livello è ancora oggetto di una cultura politica basata su cooptazione, clientelismo e appartenenza di correnti che proibisce una piena autonomia e affermazione dei giovani. Non c’è quindi da stupirsi che Imen dopo la mancata elezione nel proprio comune, la sconfitta nel referendum del 2016 e la caduta del renzismo, abbia raggiunto dal nulla i 300 mila followers e sia diventata una “divulgatrice” economica, questo senza apparenti meriti o competenze, come più volte sottolineato dai veri tecnici del settore. Imen Jane e Will_ita, non sono l’unico caso.

Un altro emblematico è quello di Marco Cartasegna. Da origini di simil-influencer normie, registra un giorno una storia in cui si lamenta dalla propria Smart del governo, intuisce così di poter sfruttare l’attualità come strumento di successo. Ovviamente non sono mancante le grandi risorse alle spalle. Questo, sempre spacciando come divulgazione un banale opinionismo, sovente ostentato nel suo torcha. A riprova di quanto descritto sinora non si è fatto mancare nelle stesse ore la polemica di scredito sul caso di Imen.

Queste due contraddizioni mostrano come dietro al successo di questi personaggi sovente non ci sia granché se non una buona fortuna in risorse e contatti, un grande lavoro di costruzione dell’immagine di sé stessi e una cortissima e superficiale memoria del pubblico medio. Inoltre, mostrano come anche in questo caso decisiva sia l’ingerenza degli anziani nella crescita dei giovani, mitizzando a proprio gradimento personaggi più congeniali al proprio modello di successo che al merito, anche per queste ragioni frequentemente vince la meritocrazia sul merito.

Queste, insomma, le ragioni che hanno portato alla fulminea ascesa e discesa di Imen. Ma al di là di tutta questa analisi, ciò che il pubblico politicamente disinteressato non le perdona è la gestione del fatidico e cruciale momento delle scuse: qui Imen al posto di giustificarsi e scusarsi, ha preferito scolpevolizzarsi e rimarcare ostentosamente il suo successo. In un mondo basato sull’immagine, questo è un errore grossolano e grave, specie per chi afferma di saper comunicare, come Imen. Anziché giustificarsi e scusarsi, ha preferito rifiutare le scuse e vantarsi nuovamente delle ragioni del proprio successo.

Per una persona che dei social e della comunicazione ha fatto il suo lavoro è un errore piuttosto grossolano e grave. Il momento delle scuse è sempre quello più delicato, ma fondamentale per riabilitarsi e l’ha mancato. Chi è lontano dalle polemiche e dai malumori interni alla sua figura e alla dietrologia politica, ciò che non le perdona è proprio il suo non essersi scusata, non l’assenza di un titolo di studio.